Sul Fare
2 settembre 2026
Più volte ho ricordato come il termine - e soprattutto il concetto - Felicità derivi dal vocabolo greco antico φύω, phyo, che significa produrre. E come, quindi, sia detto felice chi si mette nella condizione di dar frutto, di produrre, appunto, ciò che la sua stessa natura lo chiama a donare al mondo. Felice, dunque, non è chi possiede, chi ha, bensì chi offre, chi dà. Ma questo dare non si risolve in una qualsia forma di elargizione: quel dar frutto significa dare il proprio frutto: dar ciò che si ha dentro. Significa far maturare e offrire ciò che deriva dalla propria semenza. Significa, insomma, dar di sé. E’ felice, quindi, soltanto chi dona se stesso; chi, nel suo offrirsi al mondo, realizza pienamente la propria essenza.
In questo senso, il dare che rende felici è un fare che non coincide con un lavoro o con una serie di azioni qualsiasi. Questo dar di sé è personalissimo, unico, così come unico è il frutto che un albero può donare a chiunque voglia accoglierlo; un frutto - va detto - la cui estrema, irripetibile preziosità non diminuisce in alcun modo anche se nessuno lo coglie. E, come più volte ho rilevato, ogni essere vivente ha il suo particolare modo di realizzar se stesso, e dunque di esser felice. Il merlo, fischiando. Il ghepardo, correndo. L’uomo, pensando.
Quel che, però, può risultar sorprendente è che in quella parolina Phyo è contenuta proprio questa sopraffina verità. Phyo, infatti, non significa soltanto produrre, offrire al mondo, generare. Significa anche, e soprattutto, essere. In questo modo risulta chiarissimo come il concetto del fare e quello dell’essere, all’inizio della Storia umana, si trovassero originariamente avvinti, sintetizzati in un unicum che, invece, questa corrotta società nel corso del tempo ha scisso, smembrato. In questo si cela il significato profondo del fare come porre in essere.
Il nostro fare, insomma, dovrebbe coincidere con il nostro essere. Fare per il gusto di fare, per ricever denaro o qualcos’altro in cambio, o soltanto per “passare il tempo“ significa soltanto rinunciare al nostro essere. Significa alienare se stessi.
Noi, insomma, non soltanto esistiamo (e, in questo senso, transitiamo provvisoriamente in una porzione spazio temporale), ma siamo, ossia: continuiamo ad attingere a una dimensione a-temporale che condividiamo con qualsiasi altra forma d’essere e che si mantiene costante, incorruttibile e imperitura, al di fuori della caduca contingenza dell’esser qui e ora. Se quindi l’Essere sfugge al Tempo e allo Spazio, se non conosce inizio né fine, che significato avrebbe mai un fare in quanto porre in essere, se non nel senso di un mantenere in essere se stessi? Quando il nostro agire coincide con quel che siamo, quando esso realizza la nostra piena essenza, impegnarsi nel fare autentico equivale a mantenersi in connessione con la nostra più profonda natura.
In questo nostro nostro costante - eppur pressoché sempre dimenticato - contatto con l’Essere, ogni nostra azione, ogni nostro fare, dovrebbe quindi coincidere sempre e comunque con la purezza del nostro esser noi stessi.
A meno di continuare a rinunciare inesorabilmente alla nostra Felicità.
Pietro Ratto