Brunetta o Topo Gigio? L'attualissimo dilemma di un combattuto docente

Illustrissimo Ministro Brunetta,

sono un insegnante immesso in ruolo da poco più di due anni, dopo quasi un ventennio di precariato che ha comportato lunghi periodi di sacrifici, di rinunce e di ansie per il domani.

Ho sempre considerato il mio lavoro come un grande onore, una meravigliosa opportunità per imparare e per trasmettere valori educativi importanti, imprescindibilmente associati a conoscenze indispensabili per ragazzi che intendano crescere e diventare adulti onesti, liberi e indipendenti.

Ho lottato con i denti per ottenere questo posto che ogni giorno tento di meritare, senza farmi scoraggiare da continue ordinanze ministeriali e provvedimenti che, di volta in volta, cambiavano le regole, richiedevano nuove qualifiche, imponevano ulteriori certificazioni ed iscrizioni a sempre diverse graduatorie, e che quasi sembravano fatte apposta per spingere noi aspiranti insegnanti a cercare un'altra occupazione.

Ho studiato (e costantemente studio), ho vinto concorsi, mi sono messo in coda centinaia di volte a sportelli di Provveditorati, Segreterie, Uffici scolastici regionali e provinciali, ecc.

La mia tanto sospirata immissione in ruolo, però, è giunta nell’era degli insulti e delle botte ai professori, del bullismo e delle aggressioni ai colleghi quotidianamente in scena su YouTube, dei ricorsi contro le insufficienze e le note disciplinari, della comune convinzione secondo cui gli insegnanti italiani siano tutti ignoranti.

Non Le nascondo, Signor Ministro, quanto sia complicato, di questi tempi, mantenere alta la dignità di un lavoro che considero così importante.

Ma c’è dell’altro. Appena entrato in ruolo ho cominciato a sentirmi dare ufficialmente anche del fannullone; e non da chi mi conoscesse in qualche modo (perché, in tal caso, tale nomea non l’avrei certo acquisita), ma da Lei, Signor Ministro, e da una certa opinione pubblica, perfettamente allineata ai Suoi pregiudizi e ai Suoi provvedimenti. Sono rimasto letteralmente indignato, e nel contempo fortemente stupito, constatando come una legge che “punisce la malattia” di un dipendente dello Stato sottraendogli una parte di stipendio per ogni giorno di assenza dal lavoro, sia stata approvata dal nostro Parlamento, avvallando di fatto una manifesta disparità di trattamento rispetto ai lavoratori del settore privato e, contemporaneamente, costituendo una grave ed offensiva presunzione di malafede nei confronti di tutti i dipendenti pubblici.

Ancor più rimango incredulo di fronte al fatto che un tale provvedimento sia stato accolto dall’opinione pubblica nazionale senza grandi obiezioni ma, anzi, quasi con soddisfazione e senso di rivalsa.

Non nego di essermi imbattuto io stesso in dipendenti pubblici fannulloni; non nego di aver subito direttamente l’ozio e l’inerzia di chi sta al telefono dietro a uno sportello facendo aspettare code interminabili di cittadini. Le Sue regole, però, le Sue ritenute sullo stipendio di chi si è assentato per malattia, i Suoi periodici ritocchi alle fasce di reperibilità relative ai dipendenti pubblici malati, ricadono grossolanamente su tutti, fannulloni o meno, furbi o zelanti, suonando fortemente offensivi e lesivi della dignità di chi lavora ogni giorno con onestà e passione.

Davanti ai nostri alunni, Signor Ministro, passiamo quotidianamente per impiegati ignoranti, dallo stipendio modesto e dalle armi spuntate; facilmente aggredibili, impunemente offendibili e, da qualche tempo, anche vergognosamente fannulloni.

In questi giorni ho dovuto leggere in classe l’ennesima circolare ministeriale che invita tutti ad attenersi alle norme igieniche necessarie per fronteggiare la tanto declamata (e recentemente sminuita) emergenza virus A H1N1.

Ho dovuto spiegare a tutti come ci si soffia il naso, come ci si copre la bocca quando si tossisce, ecc.

Ho letto a voce alta, al cospetto di decine e decine di ragazzi, che chiunque venga contagiato da influenza è tenuto a restare a casa tutto il tempo necessario ad evitare ulteriori contagi.

Io, però, non potrò assolutamente seguire queste disposizioni, Signor Ministro. Nei limiti del possibile non obbedirò alle cinque regole del vostro Topo Gigio. A costo di trascinarmi e di svenire sulla cattedra, io andrò a scuola. Cercherò, sì, di “controllare le mie secrezioni”, così come le circolari del Ministero ed il buon topo di plastica raccomandano, ma non sarà certo mia responsabilità se qualcuno si beccherà il virus da me. Ho una famiglia e, a quanto dicono, vivo in un tempo di grave crisi. Non posso permettermi di perdere anche solo dieci euro al giorno perché ho la febbre.

Soprattutto, Signor Ministro, non posso permettermi di alimentare, con una mia eventuale assenza, questo Suo offensivo stereotipo dell’insegnante fannullone.

 

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Il Merito della scuola (Pensieri intorno a una culla)

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Lettera aperta al ministro Gelmini