Virginia

All’improvviso, poco prima delle tre, una telefonata squarcia in due il sonno. E la notte.
L’essere erutta continuamente. Ribolle senza tregua. Ogni istante una nuova, piccolissima bollicina ne increspa la superficie, prendendo a crescere. Ogni istante una vecchia, ipertrofica vescica esplode via, dileguandosi nel nulla.
Moltiplicare idealmente tutto ciò, per ogni essere vivente, per ogni pianta, ogni specie animale, per ogni foglia di ogni albero, dà le vertigini.
Mi aggrappo alle lenzuola, provando a non sprofondare in questo abisso infinito.
Quale rimescolìo di vita, di energia pulsante! Quale turbinìo di eterna, inesorabile trasformazione! In questo incomprensibile, meraviglioso vorticare, in questo suo frenetico mutare, l’essere si mantiene stabile, immobile, nel suo mirabile, eterno, perfettissimo equilibrio.
La notte, o quel che ne resta, scorre via senza più pace. Tra gioia e paura.
Ancora qualche ora, poi dovrò prepararmi, per incontrare una persona importante. Dovrò riempir la macchina di vite trasognate, reduci di una notte tanto insonne quanto la mia. Riempirla di zie improvvisate, alle prime armi. Tre zie dilettanti, che vanno dai sedici ai cinque anni. Sedermi accanto all’anima che si è intrecciata alla mia proprio oggi, molti anni fa, e correr lì. In un’affollata stanza d’ospedale che non so figurarmi. Ad incontrarla.
Un tipo che te lo raccomando, questa Virginia che ci attende. Appena nata, già mi scombina tutti gli equilibri faticosamente ripristinati. La mia brava mappa di relazioni, obiettivi, priorità… Nemmeno la conosco e lei già mi appioppa l’ultimo ruolo in palio, l’ultimo rimasto libero. L’ultimo possibile di questo folle e complicato viaggio. Il ruolo del nonno, accidenti!
Dimenticavo. Corre voce che abbia i miei occhi. Ma io lo so. Lo so che non è vero.
Nulla che sia davvero mio è in mio possesso.
Tutto ciò che ho, l’ho preso.
Tutto ciò che ho, l’ho dato.

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