Il banchiere arrestato dal Papa e i soldi del Duce

Da ieri, il banchiere molisano Gianluigi Torzi si trova recluso nella gendarmeria del Vaticano. Con accuse pesantissime: estorsione, peculato, autoriciclaggio e truffa aggravata.
Amministratore delegato di sei società, Lh Inv Uk, Jci Credit, Vita Healthy, Lighthouse Group Investments, Artlove Uk e Jci Ib, tutte con sede a Londra, allo stesso indirizzo, vicino ad Hyde Park, Torzi già un anno fa era stato citato davanti all’Alta Corte di Giustizia inglese dalla Net Insurance – che vanta azionisti come IBL Banca e Unicredit – a causa di una certa quota di Btp messi a disposizione dalla Net in occasione di un’emissione di obbligazioni curata proprio dallo stesso Torzi, e poi spariti nel nulla.
Ora, però, alla fine di una lunga serie di interrogatori, il finanziere è stato arrestato in merito alla ben poco chiara compravendita di un imponente palazzo londinese in Sloane Avenue. E qui spuntano gli interessi della Santa Sede, perché in quella trattativa sono coinvolti diversi alti funzionari vaticani. Ma per capire, occorre fare un salto indietro. Di 91 anni.
L’11 febbraio 1929 Benito Mussolini firmava con la Chiesa i Patti Lateranensi, al fine di sanare il dissidio apertosi trai due Stati con la Breccia di Porta Pia. Al di là di tutte le malsane decisioni prese in quel contesto sulla pelle degli italiani, il capitolo finanziario del Concordato prevedeva un “risarcimento danni” sbalorditivo e senza precedenti. Il Duce, nella speranza di accaparrarsi i voti di tutti i cattolici italiani nell’imminente Plebiscito, elargiva infatti al Papa la favolosa cifra di 750 milioni di lire in contanti più un ulteriore miliardo in Titoli di Stato al tasso d’interesse del 5%, con cedola al 30 giugno di ogni anno.
Mussolini faticò non poco a spiegare in Parlamento, nei giorni successivi, dove avrebbe trovato tutti quei soldi. E alla fine se la cavò annunciando che sarebbero stati prelevati dalla Cassa Depositi e Prestiti. Quella che custodiva i risparmi degli italiani, per intenderci.
Ecco, sì. Ma come lo investì, tutto quel denaro, il Vaticano? Soltanto a titolo di esempio risulta che, tramite il ricorso ad una società off-shore (che amministra 650 milioni di euro) chiamata British Grolux Investment – e che vanta come principali azionisti l’ex Amministratore delegato della Barclays Bank John Varley e l’ex responsabile della Leopold Joseph Robin Herbert – il Vaticano gestisca un impero immobiliare a Londra (ma ce ne sono altri a Parigi, a Coventry e, logicamente, in Italia. Basti solo pensare che il 20% degli immobili presenti nella nostra penisola è di proprietà del clero), costruito proprio con i fondi ottenuti dai Patti Lateranensi. Impero che, per quanto concerne la capitale britannica, comprende edifici di gran valore come quello che, in Southampton Street, ospita la ricchissima Banca d’investimento Altium Capital o il lussuosissimo locale di Bond Street in cui si trova la famosa gioielleria Bulgari. Che ha una sede anche a Sloane Avenue, nell’edificio in questione.
Ma c’è di più. La società off-shore di cui sopra sarebbe nata dalla fusione di altre due controllate dalla svizzera Profima, che attualmente ha sede presso la Banca JP Morgan di New York e che, appunto, risulta gestita dal Vaticano già dagli anni Quaranta proprio per investire al meglio la montagna di denaro consegnata alla Chiesa da Mussolini. La cosa non è di poco conto, dato che i servizi segreti britannici, durante la Seconda Guerra mondiale, avevano formalmente accusato la Profima di “attività ostile agli interessi degli Alleati”. Nel mirino degli 007 britannici dell’epoca, l’avvocato Bernardino Nogara, finanziere della holding, chiamato dallo stesso Pio XI ad amministrare ed investire i soldi regalati dal Duce e accusato di accaparrare quote azionarie di banche italiane per riciclar denaro, dietro il paravento, appunto, di una banca che risultava svizzera e, quindi, neutrale rispetto al conflitto.
Ma torniamo a oggi. Da qualche tempo, al centro delle indagini, c’è proprio questo immobile di lusso a Londra, in Sloane Avenue. La questione nasce nel 2013, quando il Vaticano investe circa 200 milioni di dollari nel fondo lussemburghese Athena di Raffaele Mincione, tramite capitali detenuti in Svizzera presso il Credit Suisse e un mutuo di 75 milioni di Deutsche Bank. L’idea è di monsignor Angelo Becciu, che ha deciso a malincuore di rinunciare a investire su un pozzo petrolifero in Angola, ripiegando su questo grande palazzo inglese, una parte del quale era già della Santa Sede. Cinque anni dopo, nell’autunno 2018, monsignor Edgar Peña Parra, successore di Becciu (nel frattempo finito al dicastero delle Canonizzazioni), cambia marcia e prende la decisione di uscire dal fondo. E l’immobile finisce completamente alla Segreteria di Stato proprio attraverso Torzi. Che elabora una complessa strategia. Per dirla con Il Sole 24 Ore (articolo del 16 ottobre 2019): “il palazzo di Sloane Avenue finisce in una “scatola”, poi ne viene costituita un’altra ad hoc, e ad aprile ‘19 si accendono i nuovi mutui biennali con due società lussemburghesi, la Cheney Reale Estate Credit IV e V.” Torzi truschina alcuni mesi, insomma. Poi passa la mano al Vaticano. Incassando per la transazione ben 44 milioni di euro, attraverso Credite Suisse. Qualcuno, però, nelle alte sfere della Santa Sede non ci sta. Quella cifra è tanto alta quanto ingiustificata. Così scatta la richiesta di tutta la documentazione necessaria alla Giustizia svizzera, una prima parte della quale è finita sulle scrivanie dei prelati soltanto il 30 aprile scorso.
Oltre al Torzi (al centro di diverse altre accuse come quella di truffa nei confronti della Fatebenefratelli) lo scandalo coinvolge anche sei funzionari e alti prelati vaticani, nei confronti dei quali il Papa ha già cominciato ad agire da tempo. Con i soliti “spostamenti” strategici. Come nel caso di monsignor Alberto Perlasca, a lungo amministratore delle casse della Segreteria di Stato e, a luglio scorso, improvvisamente trasferito ad altro incarico: Promotore di Giustizia sostituto presso il Supremo Tribunale della Segnatura apostolica.
D’altra parte, i tempi di Sindona e Calvi paiono lontani. Le nuove norme di circuiti internazionali come quello denominato Sepa impongono regole di maggior trasparenza anche alle operazioni finanziarie pontificie.
Impedendo che, perfino in Vaticano, il torbido resti troppo a lungo sommerso.

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