La Siepe

I nuovi germogli annegano nella luce del mattino. Faccio fatica a distinguerli, quando alzo gli occhi.
Ho deciso di potare la siepe a mano. Nel senso che lo faccio con le forbici da giardino, naturalmente. Beh, sì, è vero: dispongo anche di un aggeggio che taglia i rami alla perfezione. Ma spesso, in quelle sue lame, ci finisce in mezzo anche il cavo che gli dà corrente. Producendo un cortocircuito non soltanto elettrico ma anche logico. E ontologico. Un apparecchio per tagliare che taglia se stesso.. No, meglio di no, stamattina. Meglio non usarlo.
Non è, però, soltanto per quello, che non utilizzo il mio tagliasiepi. E’ che fa rumore. Tantissimo rumore. E in questo momento, lo confesso: preferisco il Silenzio. Anche se le spalle fanno un po’ male, meglio il Silenzio. Meglio il Silenzio, comunque.
Il suono del Vento è inebriante. Pulito, sottile, travolgente. E’ il suono di questo Silenzio. Niente da fare: nessun Fuoco può fare a meno del Vento. Il Vento solleva le fiamme. Le eccita, le innamora, le alimenta, le invita a danzare. E questo mio Fuoco ha trascorso i suoi anni nel Vento. Questo dirompente Fuoco che mi brucia, solitario, nel petto.
L’ostinazione con cui i rami si tuffano nella Luce è commuovente. Più li poti e più si moltiplicano. Nulla e nessuno sa fermarli. Chissà cosa pensano, di questo mio tagliare. Chissà se lo sanno, che li rafforza. O se, al contrario, lo vedono solo come l’ennesima manifestazione di potere dell’uomo. Potere-potare… L’uomo che fa e che disfa. Che esercita il controllo su tutto ciò che lo circonda, senza pensare che ogni sua artificiosità ha sempre e comunque gli anni contati. Che la Natura si riprende tutto. Tutto ciò che le appartiene, prima o poi.
L’uomo e il controllo. Quanto va presa sul serio, davvero, questa cosa?
Chissà perché, mi torna in mente quel professore di Filosofia che mi spaventò così tanto, durante gli anni dell’università.. Un esame infinito, il suo: tutta la Storia del pensiero occidentale, dalle origini ad oggi. Li avevo contati, mentre li studiavo: soltanto i Filosofi più importanti erano 310. Trecentodieci! Gente del cui pensiero dover comprendere e memorizzare tutte le declinazioni. Le opere, la vita… Duemilacinquecento pagine di Enciclopedia…!
Fu un periodo tremendo. Quell’uomo continuava a bocciarmi. Lo faceva con me e con tutti gli altri. Si era messo in testa che Storia della Filosofia dovesse essere una disciplina “di sbarramento”. Che bella definizione, poi, per una disciplina filosofica: “Materia di sbarramento!” Pensava che fosse compito suo arginare l’eccessivo numero di laureati in Filosofia. Come se non fossimo già in quattro gatti, tra l’altro. Come se ci fosse qualcuno ad aspettarci all’uscita e ad offrire un lavoro anche solo a qualcuno di noi! Niente, dicevo: un periodo tremendo. Ricordo che mi ero perfino trovato in piedi sulla ringhiera del mio balcone, una mattina. Ne ero sceso soltanto avvertando i passi di mia madre, dentro la stanza… Terribile, sì. La fidanzata improvvisamente innamorata di un altro, mio padre andato via di casa.. E io lì, a ridare l’esame. Mi sedevo davanti a quell’uomo e partivano le prese in giro! Io lì a tremar come una foglia, dopo essermi ripetuto in mente tutta la notte nomi e dottrine. e lui, col suo sorriso beffardo, a esordir con domande tipo: “Qual è la data della seconda edizione della Monadologia?… Non lo sa? Oh, mi spiace: è troppo importante. Purtroppo la devo bocciare”. Per giunta un esame che scadeva, il suo. Che se lo dividevi in più parti ma ti bocciavano all’ultima, l’anno successivo ricominciavi a darlo da capo. Ricordo quando andai a ricevimento, per parlar con quell’uomo che adesso, da quando è morto, è ritenuto uno dei grandi filosofi del nostro tempo: “Professore, avrei bisogno di un consiglio…” “Mi dica”. “Vorrei capire dove sbaglio: io studio come un matto.. So a memoria anche il numero delle pagine in cui si trovano i singoli Filosofi…” “Beh, mio caro: studi di più!” “Non so cosa dire, non faccio altro… So solo che se domani lei mi boccia di nuovo e da settembre mi tocca ricominciar da capo, io mi sparo” “Non so che dirle: si spari pure.” No, mio caro luminare. Idiota che non sei altro, a prescindere dai tuoi titoli accademici. Io non mi sparo mica, per te!
Qui, alcuni rami son più difficili da tagliare. La piracanta è robusta; pungente come nessun’altra. E quando ti infilza, non hai speranza: in un modo o nell’altro, la spina te la lascia conficcata dentro. No, no mio caro: io non mi sparo per un cretino come te. Io mi trasferisco. E così avevo fatto, finendo a ridar l’esame in un’affrescata e antica sala di una prestigiosa università. “Mi parli del Syntagma philosophiae di Gassendi” “D’accordo. Di quale edizione, in particolare?” “Non so, Ratto: faccia lei!” Ed era finita in gloria. Trenta e lode per un esame che, fino a quel momento, sembrava letteralmente impossibile anche solo riuscire a passare con la sufficienza.
Come ho fatto, mi chiedo adesso. Come diavolo ho fatto a credere che un uomo qualsiasi, tanto più un deficiente come quello, potesse in qualche modo bloccar la mia vita? Né lui, né la fidanzata in crisi, né i miei genitori in lotta… Cosa cambia mai davvero, mi chiedo, se qualcuno si mette in mezzo alla nostra corrente? Niente, niente! Il Fiume deve fare il suo corso. Sempre e comunque. Fino in fondo. E se anche le cose fossero andate diversamente, ora sarei comunque qui, a tagliar la mia siepe. Non ci va certo una laurea, o una famiglia unita, o l’amore di una donna qualsiasi, per esser qui a potare una siepe.
Uomini, donne: son tutti così incoerenti. Incostanti, superficiali, frivoli… Vatti a fidar delle loro promesse. Dei loro amori, dei loro sguardi… Si attaccano sempre ai dettagli, per fermarti. Per superarti, per vincere, in qualche modo. E’ tutta una corsa, tutta una gara, una guerra, la loro. Altro che amore…! La data della seconda edizione della Monadologia.. Ma va’ al diavolo! Tu e le tue borie idiote.
In questo punto, anche questi rami sembrano voler prevaricare gli uni sugli altri. Più in alto arrivi, più brilli di Luce… Personalmente non ho mai amato le gare. Mi agitano, ecco. A dirla tutta, io… adoro palleggiare. Se devo competere, comincio a preoccuparmi. Di far brutta figura. Di sembrare un idiota… Quando perdo, penso subito che è perché sono uno stupido. O perché ormai sono vecchio. Se vinco, mi sento in colpa, pensando di non essermelo meritato del tutto. Per quella palla là, che forse non era proprio sulla linea. Per quel punto che forse non c’era… Palleggiare: soltanto palleggiare. Senza vincitori né vinti. Senza contare, arrabbiarsi, inorgoglirsi…! Quando palleggio con qualcuno do il meglio di me. Oso quello che in partita temerei di realizzare. Non mi devo preoccupare del punteggio… Palleggiare, sì! Competer soltanto con sé stessi! E’ questa l’unica gara che ho sempre amato. Migliorarmi. Una gara, questa, che perdo frequentemente, forse. Ma che, se non altro, non mi umilia. Per il semplice fatto che mi onora il continuare a provarci. Non a caso ho scelto l’Arte, la Musica. E quelli che tentano di ridurre una melodia a strumento per far vedere a tutti quanto siano bravi a eseguirla il più velocemente possibile, beh: dopotutto son soltanto degli idioti. Esattamente come quel professore là.
Chissà se lo capisce, questa siepe, che le sto dando una forma. Chissà quanto gliene importa, poi, delle mie forme… Del mio controllo da quattro soldi. Resta il fatto che è bello, guardarla scintillare al sole. L’immagine è quanto mai nitida, tersa come il cielo… A ben pensarci, quando mi trovo all’aperto, difficilmente ho bisogno di occhiali. Poi dicono il Progresso! Come facevano gli uomini, prima dell’invenzione delle lenti? Semplicemente, non ne avevano bisogno. E’ proprio vivendo a lungo al chiuso, in maniera innaturale, osservando per ore piccoli caratteri tracciati sulle pergamene o minuscoli oggetti da rifinire, che i nostri avi si sono accecati. Il cosiddetto Progresso, insomma, non fa altro che piazzar toppe agli strappi che crea. Mica avevano bisogno della chemio, i nostri antenati, al tempo in cui mangiavano solo frutta, raccogliendola dagli alberi…
Quanti pensieri ti saltano in testa, potando una siepe. Quanto sa insegnarmi, la mia piracanta, con questo suo slanciarsi libera verso l’azzurro del cielo.
Quando non ci sarò più, quando smetterò di tagliarla, anche lei potrà finalmente riprendersi tutta l’Aria, lo Spazio e la Luce che vuole.
Dal canto mio, avrò bruciato fino in fondo il mio incandescente Fuoco.
Danzando, in Silenzio.
Nel Vento.

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