Premesse e Conclusioni

La questione è grave. Difficilmente risolvibile. Aristotele l’affronta negli Analitici Secondi. Si tratta del “Problema delle premesse”.
Tutti i nostri ragionamenti si fondano su premesse. Partono da una certa posizione, considerata acquisita, e vi costruiscono sopra nuove teorie. Un po’ come si fa quando si erige una casa, partendo dalle sue fondamenta.
La
questione, però, è molto più complicata di quanto sembri. Perché se la base vacilla, l’intero edificio sarà inevitabilmente a rischio. Un po’ come costruire sul letto di un fiume. Arriva l’acqua e trascina via tutto.
Il problema delle premesse, sì. Se parto da premesse come “Tutti i dipendenti statali sono fannulloni” aggiungendovi la constatazione secondo la quale “Tutti gli insegnanti della scuola pubblica sono dipendenti statali”, non potrò che trarre la seguente conclusione: “Tutti gli insegnanti della scuola pubblica sono fannulloni”.
La deduzione non fa una piega. Aristotele lo riterrebbe un sillogismo valido. Peccato che, però, partendo da una prima premessa assolutamente non verificata e decisamente viziata da pregiudizio, questa deduzione, pur valida, sia falsa. O meglio: lo diventi non appena ci si imbatta in un docente statale particolarmente dedito al proprio lavoro.
Così funzionano i pregiudizi. In questo modo. Dopotutto, servono solo a risparmiar tempo, a far prima. A non doversi mettere lì, ogni volta, a rielaborare un ragionamento. Se parto dal presupposto, ormai perfettamente acquisito, secondo cui “tutti gli albanesi sono disonesti”, non avrò più alcun dubbio nei confronti di ciascuno di essi. E la mia ignoranza continuerà a prosperare, senza porsi alcun limite.
Queso, di fatto, è – come dicevo – un problema enorme. Perché al di là dei pregiudizi, la questione si ripropone anche in ambito, diciamo così, scientifico. Uno dei sillogismi più famosi di Aristotele, quello di Prima figura, recita “Tutti gli animali sono mortali”. “Tutti gli uomini sono animali”, di conseguenza “Tutti gli uomini sono mortali”. Anche questo ragionamento è perfetto. E si può dire anche “vero”, alla luce di ciòche conosciamo. Ma resta il fatto che la prima premessa non sia mai stata verificata. Che sia semplicemente impossibile farlo. Sostenere infatti che tutti gli animali siano mortali (e, sulla base di questa premessa, costruir “nuove” verità), significa dar per scontato di aver verificato appunto che TUTTI gli animali soddisfino questa proprietà. E questo è semplicemente impossibile. Perché nessuno lo ha mai fatto. Perché nessuno lo potrà mai fare. Perché nessuno di noi può escludere che, per esempio, in qualche grotta sotterranea del Caucaso, viva da due milioni di anni una qualche forma di vita animale a noi sconosciuta, e mai esauritasi.
Queste, signori, non son soltanto “quisquilie” filosofiche. Qui si parla (e si sparla) delle nostre certezze scientifiche. Un certo farmaco, un vaccino, un qualsiasi rimedio terapeutico, non può che fondarsi sulla stessa induzione su cui si fondano le premesse appena esaminate: su un tipo di ragionamento, cioè, che trae conclusioni a partir dall’esperienza. E così come l’induzione mostra i suoi limiti se pretende di raccoglier dati esaustivi circa la mortalità di TUTTI gli animali, così fa anche in relazione a un certo medicamento. Che, per quanto sperimentato su un elevato numero di persone, non potrà certo venir testato su TUTTE. Con le spiacevoli conseguenze del caso in quei soggetti non coinvolti dalla sperimentazione che, invece, svilupperanno effetti collaterali, nuovi disturbi, o addirittura un peggioramento di quella stessa malattia che la medicina avrebbe dovuto curare. In breve: sui cinquemila soggetti sottoposti con successo alla somministrazione di un certo farmaco non potrò mai costruir la certezza che la cura funzioni per TUTTI gli altri.
Stesso problema per le leggi della Fisica (basate sull’osservazione di fenomeni che, da un momento all’altro, potrebbero improvvisamente mutare), per quelle delle Scienze Naturali, e via di seguito. Un fatto, per definizione e in generale, è un fenomeno ormai passato. Per quanto scrupolosa, la sua osservazione nulla può garantire rispetto a qualsiasi suo comportamento futuro. E’ un problema evidenziato da Hume, per esempio. Un problema che ha trovato un’unica soluzione nella filosofia kantiana. Soluzione che, però, non è piaciuta a un’umanità che pretende il controllo su tutto. E che, quindi, è stata prontamente accantonata.
Bene. Veniamo a noi. Anzi: a me.
Tutte le volte che finisco per sbaglio in qualche trasmissione o conferenza organizzata dalla cosiddetta “informazione alternativa”, vengo attaccato dal “pubblico” per la mia eccessiva “moderazione”. Anzi, su questioni come quella dell’emergenza sanitaria in corso, appellativi come quelli di “vigliacco” o di “venduto”, nei miei confronti si sprecano.
Perché? Perché dico che non sono sicuro. Che non me la sento di dar per scontate, per esempio, le teorie della Dittatura sanitaria, del complotto farmaceutico contro la popolazione mondiale, della manipolazione vaccinale escogitata per renderci schiavi e/o decimarci, eccetera eccetera.
“Non sono sicuro” non significa che io ritenga che questi sospetti siano letteralmente infondati. Significa che per ora, alla luce del fatto che nessuno ad oggi sia riuscito a documentarli in maniera incontrovertibile, sia giusto trattarli – appunto – per quel che sono: dei sospetti. Non mi interessa, insomma, far parte di quella folta schiera di “intellettuali” che nel giro di un discorso riescono, da bravi sofisti, a trasformare in un attimo un’ipotesi in una tesi su cui costruir le loro teorie. Io non cerco la ragione nelle dispute: cerco la verità.
T
rovo per esempio curioso che, nelle parole di coloro che mi accusano di vigliaccheria, o che addirittura partecipano a queste trasmissioni in veste di “esperti”, convivano convinzioni certissime come quella del “virus elaborato inenzionalmente” e quella della “semplice influenza”. Due teorie che non possono che escludersi reciprocamente (a meno che non ci si voglia convincer del fatto che questi si siano chiusi in un laboratorio di armi batteriologiche per progettare una comune influenza), ma che vengono portate avanti spesso in parallelo soltanto perché entrambe contrarie alla teoria ufficiale propagandata dai media. Anche in questo caso, lo ripeto: non sono sicuro. Può darsi che una delle due teorie sia vera, ma servono le prove. E, santodio, chi mi conosce un poco sa quanto vorrei averle in mano, quelle prove! Perché – a differenza dei tanti “coraggiosi” che mi danno del vile celando però la loro identità dietro roboanti pseudonimi e che si senton forti soltanto nascondensi nel gregge di turno – io quella prova la urlerei al mondo intero, costasse quel che costasse. Chi mi conosce lo sa, sì. Perché basta leggere un mio libro per rendersi conto di quanto il sottoscritto sia “vigliacco” nell’esporsi facendo nomi, cognomi, date e riferimenti precisi, invece che andar davanti a una webcam a parlar di Bill Gates, di rettiliani, di piccole e medie imprese, di Grande reset, di spiritualità, di qualche frase attribuita al Rothschild o al Rockefeller di turno – senza per altro preoccuparsi di verificarne l’attendibilità – e di tutte quelle altre amenità che, di fatto, ti assicurano tanta gloria all’interno del recinto dei complottari quanta divertita impunità (la stessa identica che in tribunale viene riconosciuta ai dementi), al di fuori di esso.
Quando ci affacciamo a uno schermo, inevitabilmente noi facciamo informazione. Noi facciamo educazione, noi facciamo istruzione. Si tratta di una responsabilità enorme. Dobbiamo quindi invitar le persone a riflettere, a vigilare, a prestare attenzione, piuttosto che incitarle alla guerra santa contro quello che, fino a prova contraria, potrebbe anche rivelarsi il nostro nemico immaginario. Capisco l’esigenza di vender qualche libro in più, ragazzi. Ma l’onestà dov’è finita? Con che faccia vi mettete lì a strepitar contro la “propaganda del mainstream”, ricorrendo ad un’eguale e contraria propaganda? Con che coerenza vi lamentate della censura dei canali ufficiali, invocando al contempo, nei vostri recinti, la censura di coloro che, in quei canali, abitualmente parlano?
Per esempio, ecco… la questione della Dittatura sanitaria. Io non credo a questa cosa. O, per lo meno, non sono sicuro. Credo, semmai, a una dittatura e basta. Nel senso che, fino a prova contraria, non considero criminale per esempio l’obbligo delle mascherine. Mi infastidisce, mi pesa, ma non ho ancora chiaro fino a che punto possa servire a limitare un contagio. Quindi non scenderei in piazza a manifestare contro questa regola, a meno che non arrivassi alla prova certa del suo essere un’evidente ingiustizia. Sì, d’accordo: un certo compiacimento, da parte del potere, nei confronti della sospensione di tutte queste libertà mi sembra quanto meno sospetto. Ma dall’eventualità che la crisi sanitaria sia in questo momento cavalcata da chi sta al governo (e soprattutta dalle multinazionali da cui dipende) alla certezza che essa sia stata decisa a tavolino, beh: ce ne va!
Quello che trovo criminale, dicevo, non è l’imposizione del dispositivo, bensì il sistematico discredito nei confronti di chi lo critica. Il casco in moto è obbligatorio. La cintura di sicurezza in auto è obbligatoria. Ma se tu vuoi mettere in dubbio l’efficacia di regole di questo tipo, puoi farlo. Perfino rispetto all’illegittimità dell’eutanasia, puoi pronunciarti. Ma se si tratta di mascherine, delle conseguenze e dell’efficacia dei vaccini, delle cure alternative e via di seguito, beh: qualsiasi manifestazione di dubbio (o addirittura qualsiasi riferimento a studi che ne evidenzino la contraddittorietà), viene censurato. Bollato come falsità, menzogna, fake news.
Eccola, la dittatura che combatto io. Quella contro cui lotto come un leone da decenni, e che per me – a differenza dei complottari di turno – non è certo una scoperta di oggi. La dittatura psicologica che si coltiva nelle aule scolastiche da cui escono individui terrorizzati all’idea di esprimersi liberamente. La dittatura culturale che stabilisce e fissa i suoi dogmi inviolabili e induscutibili esattamente come faceva la Chiesa medivale. O che stabilisce che certi fenomeni storici non vadano più riconsiderati. Che di una certa narrazione dei fatti non si debba dubitare. Che a una certa visione del mondo si debba aderire acriticamente. Punto e basta.
Il resto – le crociate contro il Male, le attestazioni di fede, il proselitismo settario, la presunzione di trovarsi sempre nella ragione, e via di seguito – lo lascio volentieri a chi, dopotutto, cerca soltanto il potere. Da un lato e dall’altro.
E mi ritiro volentieri, coi miei dubbi e le mie sciocche perplessità.
Nel mio Bosco.

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