Lo scandalo ENI – Shell in Nigeria

Al di là del fatto che due grandi compagnie come la Shell di casa Rothschild e la nostra ENI – con l’origine “etica” che quest’ultima vanta, in nome del suo compianto fondatore Enrico Mattei – siano in questi giorni alla sbarra con l’accusa di aver pepretrato, dal 1998, una grave frode nei confronti del governo nigeriano; al di là del fatto che i pubblici ministeri, in questo momento, chiedano per l’Amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi una pena detentiva di otto anni e un maxi-risarcimento, con acconto da pagare subito pari a 1 miliardo e 92 milioni di dollari ed equivalente alla presunta tangente che, nel 2011, ENI e Shell avrebbero versato a favore di alcuni membri del governo nigeriano, per ottenere i diritti di esplorazione del giacimento petrolifero Opl 245 – al largo del delta del Niger – senza l’istituzione di una regolare gara d’appalto; al di là del fatto che ad esser coinvolto in questo scandalo tutt’altro che divulgato dai media, ci sia anche il predecessore di Descalzi, Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan finito in carcere nell’era Tangentopoli, poi amministratore delegato di Enel e, dal 2014, vicepresidente di Rothschild & Co, Italia; al di là del fatto che i pm chiedano di confiscare ai due colossi petroliferi una somma equivalente al presunto profitto di un reato che, come dicono i legali che rappresentano il Paese africano, avrebbe “privato la Nigeria di un’offerta competitiva”; al di là del fatto che, stando all’accusa, i diritti di sfruttamento del giacimento Opl 245 corrisponderebbero “almeno a 3,5 miliardi di dollari”, a fronte di un “vantaggiosissimo” costo, sostenuto dalle due compagnie, pari a 1 miliardo e 300 milioni di dollari; al di là del fatto che i pubblici ministeri sostengano che Eni e Shell avessero, per giunta, ottenuto “condizioni di estremo favore” per lo sfruttamento del suddetto giacimento nel corso dei successivi 30 anni, escludendo qualsiasi profit oil a vantaggio della Nigeria, alla quale quindi non è stata riconosciuta nessuna percentuale sui profitti realizzati dai due gruppi; al di là di tutto ciò, dicevo, la cosa che mi inquieta, in tutta questa brutta storia, è che a difender Claudio Descalzi in tribunale sarà l’ex ministro della Giustizia del governo Monti, Paola Severino.
Non so.. Temo ci sia del rancido, nel nostro Paese.

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