Le dita esitanti

Non appena ci affacciamo al mondo, iniziamo subito a pretendere attenzioni e cure che, evidentemente, riteniamo dovute. Dal primo vagito, esigiamo tutto. Nutrimento costante, amore incondizionato, dedizione assoluta. È come se ce l’aspettassimo. Come se ci fossimo abituati da sempre. E se i nostri bisogni non vengono immediatamente soddisfatti, eccoci subito a protestare. Con quelle urla disperate di chi non tollera un solo secondo di ritardo nel servizio che gli è dovuto. Nemmeno un Principe, nemmeno un Re, nel mondo “adulto” si comporta così.
Credo sia un segno importante. La prova evidente della nostra nobile Origine. Eternamente abituati a un’assoluta centralità, a un’infinita ricchezza, a un inesauribile amore, proviamo sofferenza indicibile nel rassegnarci a un mondo in cui ognuno si scopre irrimediabilmente solo e abbandonato a se stesso. In cui ogni bene va inspiegabilmente spartito. E ogni affetto, conquistato con difficoltà e ricambiato con impegno.
Pascal lo ha ben spiegato. L’uomo è un Re spodestato. Quanta fatica nell’accontentarsi di esser soltanto uno tra i tanti. Nel dover attendere con pazienza che qualcuno, di tanto in tanto, si ricordi di noi, in un contesto inquietante in cui tutti provano la stessa nostra sete di felicità assoluta. In cui tutti avvertono e rivendicano lo stesso nostro diritto a non rinunciare a nulla. Ad aver tutto. Ad esser tutto. E in cui tutti, quindi, gareggiano tra loro per procurarsi la quantità più grande possibile di tutto quel che considerano irrinunciabile.
Il male che commettiamo, dopo tutto, non è dettato da altro che da Nostalgia. Chi meno è disposto a rinunciare al suo antico stato, chi meno si rassegna a quella povertà che per nulla al mondo avverte come naturale, si predispone a rubare. A mentire, a tradire, a far carte false. Procacciandosi l’illusione di risolver così un problema che, purtroppo, in questo piccolo mondo appare irrisolvibile. La stessa illusione, dopo tutto, di chi cerca il potere perché non riesce ad accettar di esserne stato privato. Di chi cerca visibilità e attenzione, non riuscendo a credere di averle irrimediabilmente e inspiegabilmente smarrite.
L’innamoramento stesso, quella magia che scaturisce tra due persone, regala l’illusione di aver recuperato una volta per tutte quell’immenso amore a cui sembriamo avvezzi da sempre, e che qui non troviamo mai. In ogni cultura, in ogni tradizione, perfino nel più freddo dei ragionamenti, è contenuto sempre lo stesso principio. L’amore è sacro, si dice. Non guarda in faccia nessuno. Non conosce limiti e barriere. E quando quel sentimento così forte, così travolgente, così ossessivamente dirompente in nome del quale, un tempo, abbiamo dato un calcio a tutto, quando quel sentimento cede pian piano il passo a una pacata quotidianità, l’idea di esser diventati una rassicurante e sonnolenta abitudine ci pare via via sempre meno sopportabile. Sempre più dolorosa.
E quella effervescente sensazione di un’altra mano che – incosciente – ci sfiora, di un altro corpo che finalmente e nuovamente vibra al solo contatto tra due esitanti e irresponsabili dita, torna a donarci l’ebbra illusione di aver riconquistato quel regno perduto. Di esser tornati a casa. In quella calda e accogliente placenta dell’essere che, così tanto, ci manca.
A quel punto, nulla ci ferma più. E una nuova, implacabile, impetuosa corrente ci porta inesorabilmente via. Trascinandoci così, ancora una volta, in quella rindondante e luccicante eco di sguardi incantati che è sempre e soltanto il fugace e suadente riflesso di una Favola.
Di una Fiaba ancestrale, smarrita per sempre.

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