La scuola degli impiegati

Questa scuola non ha proprio bisogno di uno come me.

Ha bisogno di gente che timbri il cartellino, e che lo faccia il più possibile in orario. Non importa per fare cosa, per dire cosa. Timbrare in orario, punto e basta.

Ha bisogno di perone che compilino moduli, che redigano progetti redditizi per l’Istituzione, che “monitorino” e si facciano “monitorare”. Non importa a quale fine, non importa per insegnare cosa.

Ha bisogno di impiegati che sappiano come funziona e dove si trova un idrante, che scattino quando suona l’allarme antincendio e sappiano “simulare” magistralmente una evacuazione di emergenza. Compilino adeguatamente l’adeguato registro, si adeguino con “flessibilità” alle adeguate normative. Parola d’ordine? Adeguarsi. Non importa se non succede mai nulla, non importa se si perde tempo nei cortili invece che far lezione in aula.

Ha bisogno di chi non si fa mai domande, di chi non fa questioni di principio. Perché le questioni di principio, ormai, le fanno i pazzi, i visionari o, per dirla peggio, le fanno i “filosofi”.
Ecco: meno che mai, questa scuola, ha bisogno di filosofi.

Questa scuola, insomma, non ha proprio più bisogno di me; e a pensarci bene, questa non è nemmeno una gran novità.
A ben pensarci, l’aspetto inedito di questa imbarazzante situazione, semmai, sta nel fatto che – tutto sommato – anch’io non abbia proprio più bisogno di lei.

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