La parola riversa

Quando il variopinto bisbiglio del Cuore chiama, lo fa dal più profondo, ancestrale Silenzio. Inequivocabile, inconfondibile, inappellabile, il suo severo indicare punta dritto all’anima. Per questo, soltanto per questo avvolgi il tuo giorno di rumore; di pensiero, di insistente suono. Per non sentire.
Per quel tuo vile assoggettarti al dispotismo della comodità. Alla tirannide della convenienza.
Quel sussurro del Cuore, che germoglia dal Nulla, è infatti ordine perentorio. È comando impellente. È urgentissima, inderogabile richiesta di Felicità.
Il suo canto è Poesia; distanza eterna e serafica da una logica unicamente umana. Solo una delle innumerevoli, infinite declinazioni del respiro dell’Essere.
E se la domanda del cuore è Poesia, l’unica risposta di un’anima che ha il coraggio di udirla e di obbedirle con gioia, che possiede l’intrepida forza e la piena libertà di farsi ancella della propria intima, irripetibile essenza, e di inchinarsi pronunciando il risoluto Sì all’eroico viaggio che porta dritto dritto alla sua pienissima e personalissima Felicità, l’unica vera risposta, dicevo, non può di certo esser la parola. La quale è logos; è ragione, calcolo. Fine strumento per l’esistenza ma goffo impaccio per la sublime armonia dell’Essere.
L’unica replica alla chiamata del Cuore è negazione, rivoluzione, ribaltamento di ogni misero, sterile sillogismo. È parola capovolta, sovvertita, riversa. Struggente e appassionato rischio, insubordinazione esistenziale.
Scandalo e sconfitta di una ragione prostrata e inesorabilmente avvinta da eterno, infinito Amore.

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