Il Meccanico

“Professore? Sono Pasquale. Sto qui sotto, col meccanico..”
Sono le otto di mattina, ma è dalle sei e mezza che mi giro e rigiro nel letto. Ore e ore a pensare a cosa fare, a come risolvere il problema.
Sono stati giorni bellissimi. Invitato a parlare del mio libro in un salotto letterario a mille chilometri da casa, nell’ambito di un Premio in cui “L’Honda anomala” è finito tra i cinque prescelti, mi sono messo in viaggio con la mia famiglia. Senza esitazione.
Prima tappa in Lazio, sul Lago di Bolsena, letteralmente folgorati dalla cattedrale di Santa Cristina. Affamati di bellezza, nonostante i cinquecento e passa chilometri macinati sotto il sole, abbiamo dimenticato la stanchezza e ci siamo addentrati nella pittoresca sera di una Civita di Bagnoregio più incantata e deserta che mai. E siamo andati a dormire distrutti, ma pervasi da una gratitudine sconfinata per lo splendore della nostra terra.
Il giorno successivo, prima di ripartire in direzione sud, non abbiamo resistito e ci siamo persi nei colorati ed eleganti vicoli di Orvieto, per poi sbigottire di fronte all’imponente, vivace, raffinatissima bellezza del suo Duomo.
Poi via di nuovo, di corsa. Giù verso Roma, verso Napoli, spettatori felici di quel continuo mutar di panorama, di quel vivace avvicendarsi di storie, climi e paesaggi, capaci di donare al fortunato viaggiatore che attraversa l’Italia tutta l’effervescenza, tutta la poesia di un Paese splendidamente screziato di mille e mille ancora sfumature di una stessa italica bellezza, sapientemente svelata agli occhi nelle sue innumerevoli, magnifiche declinazioni.
Esausti, siamo approdati a Cava de’ Tirreni sotto un sole caldo e ammaliante. Lo stesso sole di sempre, dopo tutto, pur nella sua veste più esotica e mediterranea. Ci siamo persi, in quelle strade. Ci siamo anche un po’ spaventati, di quelle moto che spuntano da ogni angolo, che si incastrano tra le automobili sfiorandole alla velocità della luce. Perfino un po’ spazientiti, per quelle rotonde e quegli incroci in cui la segnaletica non conta, e tutti si cacciano nella mischia senza pensarci un attimo. E chi piu rischia, prima passa.
Il giorno dopo, una costiera amalfitana da brivido ci ha abbracciati in tutta la sua rovente, caotica e prorompente vivacità. Paesaggi mozzafiato di sapore quasi mediorientale, cattedrali a un passo dalla moschea, chiostri affollati di palme che custodiscono il paradisiaco incanto del saḥn. Il duomo di Amalfi, poi, ti aggredisce gli occhi. Così principesco e fatato, così carico di storia, così immenso. Un colosso di smagliante e disordinata perfezione, imponente, fiero e carico di colore, perdutamente immerso tra le mille casette bianche che lo corteggiano, innamorate. E le reliquie! Quelle innumerevoli e improbabili tracce di una sacralità che qui, in questa terra in cui tutto reclama attenzione e venerazione, deve colpire i sensi al pari della bellezza appariscente delle sue donne, o del sapore forte della sua cucina.
Viaggiando a passo d’uomo per queste strade antiche e anguste, manifestamente incapaci di accoglier le impazienti fiumane di turisti, così affamati di mare e di sole, che vi si accalcano insistentemente, abbiam fatto ritorno a Cava. Lì ho incontrato insegnanti, studenti, e personalità locali, a cui ho raccontato un po’ di Moro, e di tutte le meschinità che infarciscono la tragedia della sua morte. Ho stretto mani, raccolto immeritata stima, risposto a domande. Compreso quelle dei ragazzi, provando così il piacevole imbarazzo del gioco ribaltato in cui è l’alunno che chiede, ed è al professore che tocca rispondere. Almeno in un caso, per giunta, probabilmente in modo errato..!
La sera, l’ultima trascorsa su quel mare sognante, una cena allegra e conviviale con le persone intelligenti e cortesi che gestiscono l’associazione che organizza l’evento ci ha tenuti allegri, fino alla fine.
Poi, però, il pasticcio.
L’automobile è stanca. Non ne può più di salite e discese impervie. La frizione bolle, dopo decine e decine di chilometri in cui metter la quarta è stata un puro miraggio. Così, all’uscita in retromarcia dal locale, sull’ennesima ripida salita, si mette a fare i capricci. Appesta l’aria col suo odore acre, si surriscalda, fuma. E quando, finalmente, riesco a uscir sulla stradina adiacente, slitta inquietante. In prima e in seconda.
Cosa facciamo? Cosa facciamo, adesso? A mille chilometri da casa, senza conoscer nessuno.. Domani è sabato, accidenti. Nessun meccanico sarà senz’altro aperto. E poi, anche ammesso che qualcuno lo sia, sarà onesto? E quanto tempo gli servirà, per sistemar la cosa? Ore? Giorni? E quanto costerà?
Come facciamo? Come facciamo, adesso?
Preso dall’ansia, a mezzanotte scrivo un messaggio al Presidente dell’associazione. Una persone squisita. Cortese, paziente, ci ha già fatto recuperare un paio di volte, quando ci siamo stupidamente smarriti. Bastava una breve telefonata ed ecco che un suo angelo custode compariva dal nulla, per trarci d’impiccio con gentilezza e disponibilità: “Come posso aiutarvi, professore?”. Poi, una volta risolto, l’angelo di turno spariva di nuovo, lasciando in noi un misto di gratitudine e di senso di protezione. “Per qualsiasi cosa, professore, siamo a vostra disposizione”. Mia moglie stessa, ha sperimentato la differenza: “Qui, per la prima volta, non sono messa mai da parte, mentre tu parli o incontri gente. Vengo sempre coinvolta; con lo stesso calore, gli stessi inchini, perfino i baciamano. Come la Moglie del professore, insomma..”
Così passa la notte. Nell’incertezza. Almeno fino a un certo punto. Il punto in cui ti dici: senti, Pietro. È solo un gioco. Tutta questa vita, è solo un gioco. Un gioco a volte tragico, a volte splendido, ma pur sempre un gioco. Adesso stai bene, disteso qui, vicino a tua moglie. Adesso va tutto bene. Domani vedremo. E come andrà, andrà.
La mattina dopo, quella telefonata. “Sono Pasquale. Stiamo qui sotto, col meccanico”.
Mi butto giù dalle scale commosso. Ancora una volta, la loro infinita generosità. E Pasquale, poi, mica è un pasquale qualsiasi. È il presidente del Premio. Una manciata di ore prima, per intenderci, era a pranzo col Governatore della Campania.
Il meccanico è un anziano silenzioso, dai capelli bianchi e dagli occhi di un azzurro vivace e intelligente. Sale in auto. La prova, la maltratta. Mi spiega qualcosa nel suo idioma vigoroso e caldo. E mi rassicura. “Andate tranquillo, professore. Nessun problema”.
Scendiamo dalla macchina. Ringrazio entrambi e mi rivolgo a lui: al Meccanico. Che cosa le devo?

Lui, caloroso, mi stringe la mano tra le sue, accennando un inchino, mentre Pasquale scoppia a ridere.
“Mio caro Professore, si figuri. Qui non siamo mica al nord”

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