Aldo Moro e la Casa degli Spiriti

Alle 11,30 del mattino iniziava il rastrellamento. Ventidue uomini, tra carabinieri e poliziotti, si accingevano a perlustrar l’area circostante un’antica casa colonica che si affacciava sulla statale 74, nel comune di Gradoli, a circa 35 chilometri da Viterbo. Era il 6 aprile 1978.
La motivazione della retata? Decisamente imbarazzante. Nientemeno che una “rivelazione” circa il covo BR in cui si trovasse recluso Aldo Moro, emersa durante una seduta spiritica inscenata, da alcuni illustri professori universitari, soltanto quattro giorni prima. Ma siamo in Italia. E non stupisce quindi che, se qualche accademico buontempone decide di giocar col piattino mettendo insieme un nome suggerito dallo spirito di Giorgio La Pira in persona, un Questore della Repubblica si affretti in quattro e quattr’otto a metter su un’operazione di polizia finalizzata a perlustrar case, cantine e grotte di un’intera area rurale, per dar conferma ai vaticini del suddetto fantasma.
L’operazione della Questura di Viterbo partiva infatti da una segnalazione giunta il giorno 5 alle orecchie di Luigi Zanda, collaboratore di Cossiga, e messa in circolazione dal futuro ministro all’Industria Romano Prodi. Zanda, raccolte le confidenze del professore bolognese, aveva immediatamente girato la patata bollente al capo della Polizia Giuseppe Parlato, che, a margine del bigliettino ricevuto, aggiunse sue personali indicazioni man mano che la vicenda si sviluppò.
Su quel foglietto, riferendosi a una precedente comunicazione intercorsa, Zanda forniva le seguenti coordinate: “Lungo la Statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa indicata con cantina”.
La faccenda aveva avuto inizio il 2 aprile, nell’abitazione dell’economista Alberto Clò (collaboratore di Prodi e futuro ministro dell’Industria e del Commercio nel Governo Dini), dove – oltre che Romano Prodi e consorte – si trovavano in quel pomeriggio radunati anche gli economisti Mario Baldassarri (futuro viceministro dell’Economia nonché deputato di Alleanza Nazionale), Fabio Gobbo (futuro collaboratore di Gianni Letta nonché sottosegretario nel secondo Governo Prodi), il dottore e professore Francesco Bernardi e la laureanda in Medicina Emilia Fanciulli, cugina di Baldassarri e futuro Dirigente Medico presso l’ospedale Umberto I di Ancona.
L’allegra combriccola, tredici adulti incluse anche le mogli di Prodi, Baldassarri, Bernardi e Clò –  stando a quanto riferito poi agli inquirenti, annoiata dalla giornata piovosa – aveva deciso di dedicarsi a una seduta spiritica “con piattino”, proprio su proposta del padrone di casa. Lasciando i vari figli (cinque bambini in tutto) in custodia “alla nonna”.
In realtà, molte cose non tornano. Quando l’opinione pubblica venne a saper di quel fatto per la prima volta, – circa sei mesi dopo, grazie a un articolo sul Corriere della Sera – si raccontò di una casa nel centro di Bologna. Ma quando nel dicembre 1978 si cominciò a indagar sulla faccenda, il luogo della seduta spiritica divenne Zappolino, nella casa di campagna dei coniugi Clò, a circa 8 chilometri dal capoluogo. La non meglio precisata nonna sparì dalla scena e il piattino, in alcune testimonianze, si tramutò invece in una tazzina da caffé, o in un portacenere. Ma soprattutto, diversi anni dopo, davanti alla Commissione Mitrokhin, l’ex Presidente Francesco Cossiga infilò nella combriccola anche Beniamino Andreatta, ministro dell’Economia proprio nel suo governo nato nell’agosto 1979. Per non parlar della questione della pioggia, visto che è ormai appurato che in quella zona, il 2 aprile 1978, non cadde nemmeno una goccia; e che se qualche partecipante parlò addirittura di tre o quattro ore di pioggia, ci fu anche chi sostenne invece che si fosse trattato soltanto di “una giornata uggiosa”.
Fatto sta che lo spirito di La Pira parlò. Che parlò anche quello di Don Sturzo. E che, dopo qualche esitazione (“Bolsena”, “Viterbo”…) i due allegri fantasmi decisero di convenire che Aldo Moro, in quel preciso momento, fosse nascosto a Gradoli. Gradoli, sì. Un nome ribadito una ventina di volte dalle sempre più sicure oscillazioni del “piattino”. Gradoli. Un posto che, a detta dei testimoni, nessuno conosceva. E che, a quanto pare, la combriccola si accinse a rinvenire solo ricorrendo a una cartina.
ufficialmente, come detto, a parte i diretti interessati e la Questura di Viterbo, nessuno in Italia seppe nulla fino all’articolo sul Corsera del 17 ottobre. Ma è interessante notare il fatto che la sera dopo, 7 aprile, nel corso della famosa rassegna fotografica di località italiane intitolata Intervallo e accompagnata dalla meravigliosa Passacaglia di Händel, in prossimità di ben due telegiornali comparve casualmente l’immagine di Gradoli.
Prodi da quella storia uscì esterrefatto, da quel che in seguito raccontò. Decidendo, appunto, di confidar la cosa all’addetto stampa del segretario DC Zaccagnini, Umberto Cavina, che ne parlò subito al suddetto Zanda. Ma, ancor prima, Prodi parlò al criminologo e amico Augusto Balloni. Chiedendo a quest’ultimo di avvisar la Digos.
Come abbia potuto la Digos prendere in carico la segnalazione di due fantasmi non è dato sapere. Fatto sta che, dalla retata del 6 aprile, non venne fuori nulla. E che soltanto dodici giorni dopo, il 18 aprile, la polizia fece irruzione nel covo di via Gradoli 96, a Roma, ricavato in un locale attiguo all’abitazione di Mario Moretti (intestatario del contratto di affitto con falso nome Mario Borghi) che, dalle suddette annotazioni di Parlato aggiunte via via sul foglietto di Zanda, scopriamo essr stato perquisito già un mese prima, quindi due giorni dopo l’agguato in via Fani: il 18 marzo 1978. Operazione, quella del ritrovamento del covo di via Gradoli, che lì per lì lasciò di stucco tutti coloro che erano a conoscenza della vicenda di Zappolino, ma soprattutto la moglie di Moro che, appena saputo della suddetta seduta, aveva più volte domandato in questura se risultasse in città una qualche via o vicolo chiamato “Gradoli”, sentendosi sempre risponder di no. Una storia che risulta ancor più interessante se si ragiona del fatto che la proprietaria del covo di via Gradoli, Luciana Bozzi, venne assunta nemmeno tre settimane dopo, con contratto biennale, al Ministero dell’Industria al cui vertice si era appena insediato proprio Prodi. E che la stessa Bozzi risultava aver frequentato in passato, presso il Centro di Ricerche Nucleari di Frascati, quel Franco Piperno leader di Potere Operaio scelto dal PSI come mediatore con le Brigate Rosse, ma anche marito della terrorista Fiora Ardizzone accusata (e poi scagionata) di esser stata presente in via Fani, nonché docente di Fisica particolarmente “sovversivo” presso quell’Università di Cosenza alla cui fondazione aveva contribuito proprio il suddetto Beniamino Andreatta.
Alla vicenda della seduta spiritica, alla fin fine, ben pochi credettero davvero.
Convincendosi che il buon Prodi, circa la collocazione di Moro, avesse semplicemente ricevuto una soffiata proprio da ambienti dell’estrema sinistra. E non avesse trovato miglior modo di farlo sapere agli inquierenti, che ricorrendo alla storia delle rivelazioni di due fantasmi.

Cfr. anche P. Ratto, L’Honda anomala.

ti e' piaciuto questo articolo? Condividilo!

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su email
Email

NEWSLETTER

Manteniamo i tuoi dati privati e non li condividiamo. Per maggiori informazioni, consulta la nostra Privacy Policy.

potrebbe anche interessarti

Il Partito della Scienza

L’errore di fondo è tutto qui: in questa immagine. In vista delle elezioni del 4 marzo 2018, per esempio, questi erano i messaggi diffusi da…