22 aprile

Ancora una volta mi trovo a ricordare, commosso, la nascita del Maestro.
Oggi, 22 aprile, in un luminoso sabato della primavera del 1724, nasceva a Königsberg Immanuel Kant.
Ho scritto tanto su di lui. Ho dedicato alla sua vita e ai suoi scritti uno dei miei primi libri, ho pubblicato articoli e saggi per celebrar la sua grandezza. Ma, soprattutto, ho vissuto ogni giorno cercando il più possibile, compatibilmente coi miei difetti e i miei limiti, di mettere in pratica il suo inestimabile insegnamento.
Non c’è stato un solo anno scolastico in cui, in occasione della prima lezione su di lui, non mi sia messo in giacca e cravatta. L’unico giorno dell’anno. L’unico giorno, per lui.
Kant è stato dimenticato. Volutamente, dimenticato.
Ci ha insegnato a confidare in noi stessi, a difendere la nostra Libertà in nome della nostra Moralità, a trovare il coraggio di renderci indipendenti. Autonomi nell’elaborazione del nostro pensiero, autonomi nella comprensione di ciò che è giusto o non è giusto fare, autonomi nelle nostre azioni, autonomi perfino nella cura del nostro corpo. Un’esortazione all’indipendenza morale e materiale che lo ha reso inviso ai potenti.
Kant ci ha indicato l’unica strada possibile per attribuir scientificità alle nostre progressive conoscenze sulla Natura, a condizione di rinunciare, una volta per tutte, a controllarla e a gestirla come un nostro personale strumento. Un’esortazione al rispetto per tutto ciò che esiste e per l’inviolabile Mistero che, nonostante tutto, ogni realtà che ci circonda cela in se stessa, che ha reso questo grande filosofo ancor più inviso ai potenti.
Kant ha scacciato il Dio della superstizione, il dio delle confessioni religiose nate per tenere a bada le masse in cambio di una promessa di eternità, quello che qualcuno poi chiamerà il “Dio tappabuchi”, a cui ti rivolgi quando hai qualche problema da risolvere e che poi abbandoni in un angolo quando l’emergenza è passata. Al suo posto, Kant ha rivendicato un Dio che è oggetto d’amore, un Dio con cui instaurare un rapporto disinteressato e sincero. Un Dio che ogni uomo è libero di accogliere o rifutare. Un Dio che resta un Mistero, così come il Mondo fuori di noi e l’Anima in noi. Il grande Mistero che nessuno può permettersi di manipolare e sfruttare, senza ritrovarsi di colpo al cospetto del Nulla. Una concezione diretta, personale, intima della divinità che ha reso Kant il nemico principale di tutti i potenti.
Amo la sua umiltà, la sua estrema coerenza, la sua grande sensibilità, il suo smisurato talento di Docente. Amo la semplicità del suo vivere quotidiano, la sua solitudine, i suoi riti, le sue debolezze, le sue piccole contraddizioni. Amo infinitamente l’uomo che seppe sintetizzare in sé il ferreo rispetto per le leggi e l’irrefrenabile entusiasmo alla notizia della Presa della Bastiglia. L’uomo capace di concepire un sistema democratico mondiale e un progetto di salvaguardia della Pace tra tutte le Nazioni, seduto allo scrittoio di fronte a cui era appeso l’unico quadro presente nella sua amata casa: il ritratto del più ribelle, anarchico e individualista dei pensatori. Jean Jacques Rousseau.
Amo la tenerezza che provava per gli animali, la sua passione per il formaggio, la sua diffidenza nei confronti della birra. Amo la dedizione con cui insegnava, il fascino con cui sapeva coinvolgere i suoi studenti, la pacata chiarezza con cui spiegava durante le lezioni. Amo quel suo prendersi cura dei giovani, quei bigliettini su cui annotava i rimedi da consigliare al tale alunno per far passare una brutta tosse o un fastidioso mal di gola.
Amo la sacralità delle sue passeggiate e dei suoi pranzi conviviali. Amo il silenzio e la leggerezza con cui è passato in questo mondo. La delicatezza con cui ha saputo uscirne, in punta di piedi.
Ancora una volta, oggi, mi trovo a ricordar commosso la nascita del Maestro.
Nella speranza di riuscire a non perder mai di vista, nemmeno un istante, il suo fulgido e carissimo esempio.

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