Le vuote stanze

 

Quel che impressiona, nella gente della mia età, è questo sistematico divario riscontrabile, fin troppo spesso, tra "teoria" e "pratica". Una distanza che, per giunta, ci si fa in quattro a trascurare, a respingere il più lontano possibile da qualsiasi sorta di malaugurata consapevolezza.
Una cosa, insomma, è la teoria, cioè i princìpi, le regole a cui razionalmente, al di là di ogni dogma o di ogni immotivato pregiudizio, è possibile approdare, così come, con fatica, si raggiunge un'altissima vetta, da cui poter contemplare, esausti e raggianti, le smisurate terre lasciate alle spalle.
Un'altra è invece la pratica, la dimensione della quotidianità. La vita di tutti i giorni, insomma, coi suoi problemi concreti e le fastidiose difficoltà che ci riserva. Proprio a causa di questa distanza, l'uomo è capace di vivere costantemente scisso. Psichicamente e moralmente dissociato. E, di conseguenza, perdutamente infelice.
Eccolo lì, quell'individuo, impegnato a impartir scrupolosamente ai suoi figli tutta una serie di sane e incrollabili regole in cui, per altro, fortissimamente crede. Eccolo adoperarsi alacremente, coinvolgersi con tutto il suo animo, in questa sacrosanta missione. La stessa in cui si cimentarono i suoi avi, i suoi amatissimi educatori. Lo osserviamo lì, davanti a noi, tutto concentrato, completamente assorbito da questo sacro e irrinunciabile ruolo che la tradizione a cui appartiene gli ha inesorabilmente assegnato. Trasferire, cioè, nei suoi figli quei sani, inviolabili, irrinunciabili princìpi che i genitori, così sapientemente, hanno un tempo riposto nel suo giovane cuore.
Intento nobile, assolutamente condivisibile, il suo: niente da dire. Ma infinitamente lontano da un'esistenza concreta e quotidiana.
Perché la vita è complicata, è innegabile. Perché il lavoro è lavoro; la famiglia è famiglia; la sicurezza è tutto, e così via.
Così, come in una fatiscente favola, quell'onestà che egli ogni giorno incoraggia nei figlioli, tragicamente si accompagna al compromesso. All'omertà, al lasciar correre. Al chiuder gli occhi sulla miseria con cui costantemente egli convive. Allo stesso modo, in lui, l'amore insegnato prende a sposarsi al grigio cinismo di una relazione sfilacciata e consunta, trascinata in nome della sola convenienza, del quieto vivere. La religione, anticamente assorbita e poi più o meno imposta, si intreccia presto alla più fredda indolenza, al più bieco e disperato nichilismo.
Quasi a giustificarsi, egli si atteggia allora a "uomo di mondo". Perché, si sa, un conto sono sogni e propositi di bambino, un conto è la cruda realtà della stagione adulta. E lui ne sa qualcosa. Ah quanto lo sa, cosa significhi davvero stare al mondo!
E muore, quell'uomo. Così facendo, muore. Costantemente, muore. Completamente muore, ogni vuotissimo giorno della sua morta vita, l'uomo infelice che in ogni cosa spacca, squarta, dilania pratica e teoria, principio e fatto, anima e corpo, in quel suo lugubre errare in vuote stanze e spazi angusti di un solitario e lacero silenzio, senza fine.

Pietro Ratto - 7 dicembre 2017

 

 

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