Toc toc?

 

Ore 8,30 in 4B.

Toc toc? Entra la bidella. “Domani la classe esce un’ora prima: manca l’insegnante di Matematica. Entro le dieci, ogni alunno minorenne dovrà far chiamare a scuola da un genitore per autorizzare l’uscita anticipata del proprio figliolo”. Urlo di gioia, stile carcerati quando suona l’ora d’aria. Poi, rapida estrazione dell’onnipresente cellulare, per avvisare in tempo mammà.

Ora mi chiedo.. Ma il cellulare non era proibito, in classe? Com’è che adesso va improvvisamente bene che tutti quanti stiano smanettandoci sopra? Dovessi stare alle regole, non mi toccherebbe proibirne immediatamente l’uso, anzi: addirittura requisirlo?

 

Eccoci di fronte all’ennesimo, educativo compromesso, che mette d’accordo tutti.

Dunque: manca un professore. Ergo, c’è bisogno di un supplente. Ma la scuola non ha tempo di cercarlo e, soprattutto, non ha voglia di pagarlo. Meglio far uscire i ragazzi prima. Il problema è che la gran parte di loro è minorenne, quindi urgerebbe farli venire a prendere dai rispettivi genitori. I quali sono sicuramente al lavoro, o comunque non hanno tempo - e magari neppure voglia - di farsi la sgarruppata fin lì. Quindi? Sms alla mamma e, a stretto giro, telefonata di quest’ultima in vicepresidenza. “Autorizzo mio figlio ad uscire prima”. E chi s’è visto, s’è visto.

 

Francamente, però, se io fossi un alunno, mi chiederei perché mai, quando ho bisogno di uscire, si renda assolutamente necessaria la presenza di mia madre, mentre quando fa comodo alla scuola, questa presenza non sia più così imprescindibile. Già che ci sono, non esiterei a mandare a quel paese il prossimo professore che mi redarguisce se mi becca col cellulare in mano durante la lezione, visto che, quando si tratta di risparmiare, la mia scuola “chiude un occhio”, anzi, peggio: dà assolutamente per scontato che io il cellulare lo usi, sfacciatamente, davanti agli occhi dell’insegnante che ora ha dovuto interrompere la lezione, e che sta pazientemente aspettando che si completi  il collettivo invio di messaggini a una trentina di genitori.

E non basta. Mi domanderei che misera fine faccia tutto il rigore di regole e di norme per il rispetto della Privacy, di fronte ad un’istituzione scolastica che si accontenta di sentire la voce di una non meglio precisata persona, la quale sostiene di essere la madre di x senza per altro fornire alcuna prova a riguardo. E se un ragazzo facesse chiamare a scuola sua sorella? E come la mettiamo con gli alunni che dichiarano di voler restare a scuola nonostante l’assenza del professore (magari anche solo perché non in grado di rintracciare un genitore “entro le dieci”)? Chi mai potrebbe attestarne l’effettiva presenza? Non certo il professore assente, naturalmente. E allora? Caspita, delitto perfetto! Tra le 13 e le 14 ammazzi la vecchia zia straricca facendo leva su un alibi di ferro, come si suol dire: “Signor Giudice: io, fino alle due, quel giorno ero a scuola”.

 

Insomma, ci troviamo di fronte al solito inciucio all’italiana, al solito compromesso che funziona perfettamente perché mette d’accordo tutti. La scuola, che risparmia sul supplente; i ragazzi, che si evitano un’ora di lezione; i genitori, che l’ultima cosa che vogliono è di mollare tutto per correre a ritirare il pargolo. Tutti a guardarsi bene dal protestare. Meglio tenerle lontane, le questioni di principio, quando c’è in gioco la convenienza.

 

Tutto sommato, in Italia le cose vanno avanti così. Sempre così. Almeno fino a quando non succede qualcosa. Ma.. Se in quell’ora qualcuno si fa male, se qualcosa va storto, eccoli allora tutti pronti a puntare il dito, gli uni contro gli altri. Allora sì che si scatenano le polemiche, i servizi giornalistici, i moralismi facili di improvvisati “esperti” e di austeri educatori.

Poi, pian piano, tutto rientra, tutto torna come prima. Il gioco “made in Italy” dei piccoli compromessi che convengono a tutti, riparte indisturbato.

Come se nulla fosse mai accaduto, naturalmente.


Pietro Ratto - 21 gennaio 2015

 

 

- TUTTI GLI SCRITTI -