La telefonata

 

Una mattina di poco più che vent’anni fa, più o meno a quest’ora, seduto alla scrivania..

Il mio amico Enzo, da poco, mi aveva raccontato di te. Del grande Gustavo Adolfo Rol. Era accaduto in macchina, mentre lui guidava lento, la testa leggermente inclinata nella mia direzione, quasi per mettermi al corrente di chissà quale segreto. Mi aveva anche prestato un libro, poi. Un libro che raccontava la tua incredibile vita.

Così, più o meno a quest’ora, mi sedetti alla mia scrivania e afferrai la prima penna in grado di scrivere. Non c’erano ancora le mail: si usava la penna. Carta e penna, come si diceva un tempo.

Decisi di scriverti, sì. Perché Enzo e il suo libro mi raccontavano dei tuoi prodigi. Delle tue gioiose, prodigiose, stupefacenti esibizioni nell’antico salotto di casa tua, in via Silvio Pellico, a Torino.

Mi aveva spiegato che tu invitavi, a quei tuoi periodici incontri domestici, soltanto persone che reputavi assolutamente degne di assistervi. Gente in grado di capire; gente aperta, insomma. E lì, letteralmente il tripudio. Lì succedeva proprio di tutto.

Quadri appesi al muro il cui soggetto si modificava sotto lo sguardo incredulo degli astanti, carte da gioco estratte casualmente dal mazzo, che improvvisamente si liquefacevano e si riformavano componendo nuove figure, materializzazioni di oggetti antichi, di strumenti appartenuti a grandi musicisti del passato, pittura medianica.. Insomma: ero davvero curioso. Ma il mio era anche un autentico interesse, una voglia di capire, di addentrarmi in un mondo che sapeva condurre al di là dell’illusoria evidenza dei sensi. Un mondo che sapeva di infinito, di eternità. Di forte continuità tra l’esistenza e l’Essere.

Così, quella mattina, decisi di scriverti. Un paio di righe, nulla di più. Caro Maestro Rol, quanto vorrei assistere ad uno dei suoi incontri. Quanto mi sentirei onorato di conoscerla e di vivere quei momenti così coinvolgenti ed unici..! Ecco, più o meno le mie parole debbono esser state quelle.

Poi, l’errore: la dimenticanza.

Firmai “Pietro”. Pietro e basta. Chissà perché. Che stupido, accidenti! Forse perché istintivamente (e impudentemente) mi sentivo molto vicino a te. Non lo so: non ero più un bambino. Avevo quasi trent’anni. Eppure mi sentivo piccolo, chissà. Piccolo e ignorante. Così, scrissi “Pietro”. Soltanto “Pietro”, senza nessun cognome.

Quando me ne accorsi era troppo tardi: avevo già chiuso la busta. Decisi allora di rimediare riproponendomi di apporre il mio indirizzo completo (con tanto di cognome, finalmente), sul retro della busta.

Andai quindi a cercarmi il tuo indirizzo, lo scrissi al posto giusto, e collocai la lettera, bene in vista, vicino alla porta di casa. Pronta per essere spedita.

Alla prima occasione mi portai dietro quella busta, e la imbucai spingendola dentro con una forza e un entusiasmo del tutto nuovi. Quasi volessi imprimerle un’accelerazione che la permettesse di giungere a te a rotta di collo. Veloce più che mai!

Soltanto quando mi voltai verso la macchina, me ne resi conto. E mi cascarono le braccia.

Avevo di nuovo dimenticato di inserire i miei dati. Non avevo assolutamente scritto nulla, sul retro di quella sfortunata busta! Niente da fare. Al Maestro sarebbe giunta una lettera pressoché anonima, inviatagli da un non meglio precisato “Pietro”. Uno stupido, stupidissimo Pietro che osava scrivere a uno dei più grandi sensitivi del secolo firmandosi irrispettosamente col suo solo nome, come fosse in chissà quale rapporto di stretta amicizia con lui.

Tornai a casa dispiaciutissimo. Mi venne in mente, lì per lì, di provare a porre rimedio al pasticcio riscrivendone subito un’altra. Ma più il tempo passava, più mi vergognavo della mia stupidità al punto di considerare una nuova missiva soltanto un mezzo per auto-denunciarmi. Per farti sapere per filo e per segno quali fossero il nome e l’indirizzo completo di quello sprovvedutissimo “Pietro”.

Fu dopo circa un paio di giorni, forse tre, che arrivò la telefonata.

Alzai la cornetta e venni investito da una voce energica e cristallina. “Sono Rol”.

Rimasi di stucco. Non solo mi avevi trovato. Non solo eri riuscito a sentire, attraverso i tuoi prodigiosi mezzi, a quale numero di telefono corrispondesse quell’anonimo “Pietro”. Tu facesti di più. Mi indicasti con precisione, quasi divertendoti, la buca delle lettere in cui avevo lasciato cadere la mia missiva. Mi parlasti di mia sorella, di mia madre, dei suoi problemi.. Mi comunicasti forza e affetto, promettendo di richiamarmi appena fossi riuscito a riorganizzarti, e a inserirmi in uno dei folti gruppi che periodicamente invitavi nel tuo salotto.

Ci salutammo. Io ero al colmo della gioia. Non riuscivo davvero a crederci. Il Maestro Rol, il grande Maestro Rol mi aveva telefonato. E lo aveva fatto senza disporre di alcuna informazione utile a quello stesso scopo. “Ci sentiamo tra una settimana”, mi assicurasti.

Poi i giorni passarono. Ne passarono almeno dieci, senza che tu ti rifacessi vivo. Io ero dispiaciuto, preoccupato.. A un certo punto mi risolsi a richiamarti io, dato che il tuo numero di telefono figurava tranquillamente nell’elenco telefonico di Torino.

Dall’altro capo del filo, una voce maschile mi rispose cortesemente, informandomi del fatto che tu non stessi molto bene, che ti fossi recato in una clinica in Svizzera per non so quali esami.

Ci rimasi male, e poco per volta persi le speranze di poterti risentire. Pensai che ti fossi dimenticato di me. Soltanto qualche mese dopo, dai giornali locali, venni a sapere della tua morte.

 

Sono passati tanti anni, ma non smetto mai di pensarti, Maestro. Qualche volta, quando suona il telefono, vengo preso da una strana, incomprensibile convinzione.

Perché con tutto quello che la tua mente riusciva a fare, con le tue incredibili capacità attraverso le quali, in vita, avevi salvato così tanta gente, beh: sono praticamente certo. Prima o poi, la tua telefonata mi arriverà.

Non so da dove, ma ne sono certo, Maestro.

La tua telefonata mi arriverà.

 

Pietro Ratto - 4 gennaio 2017

 

 

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