Il simbolo è morto? Viva il simbolo!

Allarmante e allarmato quadro clinico

sull'attuale stato di salute dell'immaginazione

 

"L'essere si lascia sperimentare nelle cifre dell'esserci.

Solo la realtà manifesta la Trascendenza.

Non è possibile conoscere la Trascendenza in termini universali,

ma è possibile solo ascoltarla storicamente dalla realtà. "

 

Così recita un famoso passo della Metafisica di Karl Jaspers, il filosofo psicologo e psichiatra esistenzialista che tante energie ha dedicato al tema della libertà, "conditio sine qua non" di un'esistenza autentica che abbandona qualsiasi considerazione oggettivante della realtà e s'impone come scelta, come esistenza possibile, come io che, in quanto tale, "si rapporta a se stesso ed, in ciò, alla sua Trascendenza".

La scelta è la categoria fondamentale, è la chiave di volta per l'interpretazione e per l'intuizione della verità, quella scelta che mi identifica e mi descrive perfettamente, anche se, come Kierkegaard ci ricorda, non può che essere sempre sbagliata.

In altre parole ciò che dà valore alla mia scelta non coincide con le conseguenze più o meno positive che da essa deriveranno, conseguenze alla luce delle quali la gente valuta e giustifica o condanna le mie decisioni, tenendo la contabilità dei più e dei meno e decretando il mio successo o il mio fallimento proprio a seconda dei risultati ottenuti a partire dalle mie scelte. No: il valore della mia scelta sta proprio nel suo appartenermi. Questo significa che, conoscendomi, io non avrei potuto che decidere così, che scegliere così, indipendentemente dall'aver o meno centrato il mio obiettivo.

Amo la mia scelta per il semplice fatto che essa è me, la mia scelta sono io, e qualsiasi cambiamento di rotta rispetto ad essa non può che consistere in un vero e proprio auto-tradimento.

 

Rispetto a questo tema Jaspers mette in guardia l'uomo circa l'importanza che riveste il simbolo.

Esistono infatti, secondo il filosofo austriaco, due tipi di simbolismo: quello che consiste nell'interpretare e quello che si traduce nell'intuire. L'interpretazione possiede quella che egli chiama una nullità univoca, essendo il simbolo da interpretare infinitamente equivoco.

Molti filosofi, d'altra parte, avevano già prima di lui insistito sul potere del simbolo, ad esempio quello costituito dall'opera d'arte, qualora venga, appunto, interpretato. Un potere illimitato proprio grazie all'infinita catena di messaggi che può suggerire. Basti, a tal proposito, ricondurre la mente all'idea che Schelling o Schopenhauer  possiedono dell'arte.

 

Ben diverso il caso del simbolismo da intuire.

Qui il simbolo diventa cifra, messaggio in codice della Trascendenza, di Dio, che ad ogni esistenza possibile parla servendosi della realtà circostante, la quale, facendo tesoro della libertà che l'esserci ha scoperto con fatica di possedere, va svelata, tradotta, decodificata così da apprendere, ascoltare, intuire la Verità. Una Verità, questa, che è quella dell'uno e dei molti, perché è mia e contemporaneamente si svela ai molti, a chiunque la cerchi, a chiunque abbia voglia di decodificare il messaggio che lo circonda (gli eventi che gli capitano quotidianamente, le situazioni che lo colpiscono, le opere d'arte che lo emozionano, ecc.), esplodendo in infinite verità e, contemporaneamente restando quell'unica ed indivisibile Verità che fa sì che per essa io sia disposto a lottare ma anche a confrontarmi nel pieno rispetto dell'unica ed indivisibile Verità di ognuno, proprio perché la verità è ad un tempo mia e tua, ma non nell'ottica di un relativismo più o meno antico: è mia e solo mia e, in quanto tale, tua e solo tua, costituendo uno di quei paradossi cui già la filosofia di Kierkegaard ci aveva abituato.

 

Cosa rimane, cosa sta restando del simbolo al giorno d'oggi?

Viviamo un tempo in tempo reale. Ogni avvenimento può essere vissuto in tempo reale. Il tempo reale è, di fatto, la vittoria del tempo su se stesso: è la presenza che annulla l'attesa, è il tentativo di ridurre il futuro a presente.

Il tempo reale è, in quanto tale, propriamente il tempo irreale, nel senso del suo essere artificiale ed artificioso. Insomma, il nostro è un medio evo al contrario, un tempo che vuole sopprimere e sacrificare il domani sull'altare del dio Presente. Lo stesso Kierkegaard, d'altra parte, lo aveva previsto in uno scritto del 1846, drammaticamente troppo poco conosciuto dalle nostre parti, intitolato Una recensione letteraria. In esso parla del suo tempo, ma di fatto, inconsapevolmente, descrive anche il nostro, per molti versi più drammatico del suo:

 

 

"Un conto è, come ne 'Le mille e una notte',

salvare la propria vita coll'incantesimo del racconto,

un altro è escludersi dall'incantamento di un'idea entusiasmante

e dalla palingenesi della passione… colla parlantina!

Poniamo che un'epoca scoprisse i mezzi di trasporto e comunicazione più veloci […]

quale ironia che la rapidità e l'urgenza della comunicazione

stiano in rapporto inverso con le lungaggini della perplessità. […]

La nostra è l'epoca degli avvisi, l'epoca dei comunicati vari.

Non succede niente, però segue immediatamente comunicato."

 

 

Un'epoca che ha vinto il tempo e lo spazio, dunque, e che permette agli uomini di coprire grandi distanze in un attimo senza però aver niente da dire ai destinatari. Un'epoca di rapidissimi messaggi vuoti. Come non riconoscersi in questa descrizione?

La nostra sete di verità, alleatasi con la tecnologia e l'informatica, sta credendo di potersi soddisfare grazie ad un'informazione in tempo reale. Una guerra, un attentato, un omicidio, uno stupro, un pianto disperato, ma anche solo una lite tra coniugi o una confidenza tra persone più o meno banali residenti in qualche Casa piena di telecamere nascoste, viene osservata comodamente, col telecomando in mano, in tempo reale.

I telegiornali ci inseguono in ogni angolo della nostra vita, infittendo le notizie, moltiplicandosi a dismisura e spingendoci a credere che questo sia il nostro bisogno, che questo rappresenti null'altro che una comodità per tutti noi…

E anche se vale il detto "l'appetito vien mangiando", mai come in questi tempi l'appetito scarseggia, in tutti i sensi, proprio perché siamo abituati a mangiare prima di avvertirlo.

 

La  telecamera stringe, mette a fuoco la lacrima, la goccia di sangue, gli occhi pieni di terrore o di felicità per una bella sorpresa. E così mentre ci sembra di guardare in faccia veramente la verità, essa ci sfugge via come non mai proprio perché la verità, per essere tale, va interpretata o, al limite, intuita.

Da Kant in avanti, infatti, siamo abbastanza certi che la verità non si conosce e basta. Il progresso ci ha immersi nell'era delle comodità, e in questo caso la comodità sembra proprio che stia nel fatto che ci venga risparmiata la fatica di interpretare, di elaborare, di intuire. In poche parole ci viene risparmiata la fatica di esercitare la nostra libertà.

 

Più la telecamera stringe e più soffoca la mia capacità di scegliere, di decidere, di cercare. Più il progresso ci rende comodi più ci anestetizza, più ci permette di scrutare le emozioni altrui e più inibisce la capacità di provarne di nostre. La telecamera sta introducendosi negli scrigni più segreti e preziosi della nostra esistenza, ed il risultato finale  di questo processo sarà inevitabilmente quello della nullificazione esistenziale, dell'appiattimento del nostro encefalogramma.

 

Cito ancora il suddetto scritto di Kierkegaard:

 

"Perché il livellamento abbia luogo davvero, dev'essere creato prima un fantasma,

il suo spirito, un'astrazione enorme, qualcosa di onnicomprensivo che non è nulla,

una fata morgana. Questo fantasma è il 'pubblico'. […]

Il pubblico è il vero campione di livellamento,

ché livellare parzialmente è livellare con qualcosa,

ma il pubblico è un gigantesco nulla.[…]

Il pubblico è tutto e niente, è il più pericoloso ed il più innocuo dei poteri. […]

Pubblico è l'ufficialità che si interessa degli affari più privati."

 

 

In qualche modo, in effetti, siamo nell'era della pornografia delle emozioni, della messa in scena di tutto ciò che di più intimo ogni esistenza conserva dentro di sé, ed il risultato di ciò non è che un'estrema banalizzazione di qualsiasi sentimento, sia esso di orrore o di gioia, snocciolato con inquietante freddezza tra una pubblicità e l'altra.

 

Un insegnante non può non tenere in considerazione tutto ciò, in qualche modo, a mio parere, usando con cautela persino quella serie di "materiali didattici" moderni che tanto sembrano tornare utili e comodi per la nostra didattica. Il laboratorio multimediale che più o meno ogni scuola si è procurato in qualche modo, rappresenta senz'altro un valido ambiente nel quale insegnare divertendo ed interessando i ragazzi. Gli strumenti che ci vengono in aiuto sono molteplici e vari.

CD ROM che visualizzano ambientazioni di storiche battaglie, che ricostruiscono gli interni delle piramidi e delle più grandi pinacoteche del mondo, che assemblano quantità di impulsi, dai suoni alle immagini giungendo perfino a fornire sensazioni tattili…

Il computer lavora incessantemente, e ricostruisce le fattezze di Gesù Cristo o quelle di Napoleone; ne sa qualcosa chi si occupa di confezionare documentari: perché siano di successo, ormai, gli effetti speciali sono d'obbligo, e la verità, tanto più si fa accurata, tanto più si tramuta in finzione, in un balletto tra realtà virtuale e realtà reale che ha davvero dello sconvolgente e che inquietantemente ci riporta alla più radicale scepsi ellenistica.

 

Un insegnante non può non tenerne conto.

Ogni frase, ogni nome che pronuncia, suona sempre più tristemente uguale nella mente dei suoi alunni. I colori che si accendono, i sapori che si avvertono, le immagini che si dipingono nelle menti dei ragazzi quando i nostri concetti vengono proiettati dalla cattedra sono sempre più drammaticamente simili in tutti i cervelli.

Per dirla in termini kantiani, la nostra immaginazione produttiva sta soccombendo irrimediabilmente a favore di quella ri-produttiva, la quale invece viene costantemente addestrata a rievocare e tenere in costante considerazione una verità serigrafata, fotocopiata, clonata.

E' il risultato ottenuto dalla medialità: sempre meno spazio all'immaginazione, sempre più campo libero alla manipolazione dell'inconscio, che si è reso collettivo in un senso ben diverso da quello junghiano.

 

La "collettivizzazione degli inconsci" non sta forse vanificando quello che quasi ogni insegnante di filosofia dovrebbe porre come primo obiettivo della sua didattica, ossia lo sviluppo del senso critico dei suoi discenti? Che fine farà, di questo passo, il "pensiero divergente", l'elaborazione dei dati acquisiti così tanto valorizzata dalle varie docimologie, se concetti come quello di amore, dolore, ansia, libertà, giustizia, sempre più si adeguano alle immagini che la televisione impone e stampa in serie, perfettamente identici, in tutte le coscienze drammaticamente abbandonate a loro stesse da famiglie sempre più distratte ed assenti?

Tutto sommato la questione è socratica: che spazio c'è per la ricerca della verità, se questa ci è data in pasto una volta per tutte? E, d'altra parte, siamo sicuri che sia davvero verità quella che si dà come definitiva e universale e che, come direbbe Popper, non si espone al rischio di essere smentita?

 

Detta di passaggio, la sempre più radicale soppressione del segno in favore della denotazione, la sempre più nuda e cruda evidenza, non fa che lasciare i nostri figli disarmati, indifesi, nel vero senso della parola: dopotutto l'immaginazione è anche una forma di auto-protezione; immaginando il bimbo utilizza propri schemi cognitivi, proprie strutture che in qualche modo tendono ad isolarlo dalla crudezza della realtà.

E' proprio il caso che la denotazione di parole come "morte" o "dolore" debba essere, per un bambino, quella servitagli bella e pronta dai cruenti e spietati servizi giornalistici del nostro tempo che, per "dovere di cronaca", nulla lasciano più alla fantasia? E non sono proprio di questi giorni le allarmanti teorie di endocrinologi, psicologi e sessuologi che ci informano che la pubertà stia sopraggiungendo in anticipo di tre - quattro anni nei nostri fanciulli proprio a causa delle scioccanti immagini della televisione. L'"uno e i molti" jaspersiano sempre più si sta tramutando nel: "l'uno è i molti", in una prospettiva di totale massificazione e manipolazione degli inconsci che, come Goebbels aveva ben compreso, soltanto la comunicazione di massa può raggiungere.

 

Non vale dunque la pena che il simbolo, con tutta l'infinita schiera delle sue possibili interpretazioni, venga riproposto in una didattica che vuole essere attenta e disincantata? Non vale forse la pena che questa inquietante situazione sia quanto meno smascherata e sottolineata in classe, durante le nostre ore di lezione, invitando gli alunni quanto meno a riflettere su quanto sta accadendo?

 

Kierkegaard, nel suo Il mio punto di vista,  pone come obiettivo fondamentale di un vero insegnante la presa di coscienza da parte dell'alunno. C'è ancora spazio per tutto ciò?

 

I Signori della Televisione stanno uccidendo il simbolo. Così facendo non stanno forse uccidendo la nostra immaginazione e, quindi, la nostra libertà?

 

Pietro Ratto, aprile 2003

 

 

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