Una sola parola

 

Passeggiando nel bosco di casa ripenso a mia madre, al terribile giorno del suo funerale. 

C’è un momento preciso che mi torna, inquietante, alla mente. Un momento che fatico a scordare, da anni.

Irrigidito dal sordo dolore, la vista e i pensieri offuscati da inarrestabili ondate di lacrime, mi ritrovo attorniato da decine e decine di sguardi contriti e impacciati. Occhi fissi, a osservare in silenzio il dolore; occhi che a mala pena riconosco. La mente fatica a collegare i pensieri alle cose, lo ammetto, ma qualcosa davvero non torna in quel tripudio di cornee. Ci son facce che fatico a inquadrare, in quell’affollato cimitero; facce che davvero non sembrano aver nulla a che fare con l’evento che in quegli istanti di fuoco mi sta travolgendo. Sono volti che mia madre ha incontrato in tribunale, o da cui a lungo ha cercato di liberarsi nei suoi ricorrenti, angoscianti incubi. Ci son brutte facce, davvero, lì in mezzo; facce di chi l’ha tradita, sbeffeggiata, abbandonata. Di chi le ha tolto il saluto per anni. Tutti lì. Incredibilmente, tutti lì, in mezzo agli altri! Tutti a dire, a salutare, a sproloquiare della sua forza, del suo gran carattere; tutti a recitare la parte degli inconsolabili afflitti, nella piena certezza di non poter più venire, in alcun modo, smentiti.

Io, come si dice, sono un signore; o a ben pensarci forse sono solo un codardo. Fatto sta che non cerco mai la vittoria facile. Non mi interessa prendermi le rivincite al momento opportuno; forse soltanto perché quale sia veramente il momento opportuno non riesco a capirlo, mai. Quindi, non rispondo.

Non dico nulla, proprio nulla. Non recrimino, non rinfaccio, non mi prendo nessuna soddisfazione.

Faccio una cosa sola, una cosa soltanto. Piango. Continuamente, in un modo tale da sembrare, paradossalmente, ridicolo. Io piango. E basta.

 

Ora son qui e ripenso a quel giorno, sì. Istintivamente trascino il ricordo sui momenti difficili che ho dovuto ingoiare, in questa mia intricatissima vita. La memoria si sposta veloce su altre facce, su altri sguardi di amici e parenti. Su persone che affollavano i giorni della mia giovinezza quando il sole era alto; quando le ore si rincorrevano gioiose, e tutto sembrava così facile. Facce di gente che ha contato davvero, per me. Che ho voluto vicino nei momenti importanti. Gente che ho ascoltato, incoraggiato, sostenuto con tutto il mio affetto, con tutta la mia sincerità.

Poi però è arrivata la tempesta, e sono stato travolto. Letteralmente travolto. Un fiume di cattiveria e di odio, un uragano di maldicenze e calunnie, mi ha sbattuto con violenza sugli scogli di un mondo tenebroso; completamente solo, abbandonato a me stesso, circondato soltanto dal gelo della disapprovazione dei puri, dei benpensanti, degli allineati.

Dov’erano finiti tutti gli amorevoli sguardi di un tempo? Che fine avevano fatto le care persone che avevano a lungo riempito i miei giorni? Un deserto di ghiaccio circondava la mia torre d’angoscia.

 

Passeggiando nel bosco di casa, mi rivolgo a voi, oggi. Voi pochi che avete ripopolato il mio tempo, voi che davvero mi amate, che avete riempito delle vostre dolci esistenze la mia sorte, restituendomi quella vita che mi era stata sottratta. Voi che non vi siete mostrati schizzinosi, che mi avete raccolto e rimesso in piedi senza timore di venir contagiati dalla sfortuna, o dalla condanna degli zelanti. Voi che un giorno vi troverete a ricordarmi circondati da decine di sguardi impacciati. Mi rivolgo a voi, e vi prego... Se dovesse succedere anche a voi di scovare là in mezzo quelle facce da schiaffi, se vi capitasse, per caso, di riconoscere in mezzo alla gente qualche ipocrita giunto in tempo per tesser le lodi di chi non ha esitato ad abbandonare, sparendo nel nulla al momento opportuno, cercate - vi prego - di sfoderare quel coraggio che io non ho avuto, quando in quel cimitero lontano piangevo per sempre mia madre.

Voi, ve ne supplico, pronunciate con calma, di fronte a quegli occhi di serpi, una semplice e breve parola. Sussurratela con placida, solenne fermezza. Su, coraggio! Basta poco per dirla, davvero.

Rivolgendo il sorriso a quegli occhi, per mio conto, con dolce freddezza, dite loro soltanto, vi prego...

 

vaffanculo.

 

 

Pietro Ratto - 25 giugno 2014

 

 

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