La Panchina

 

Sì, devo ammetterlo. Adesso lo farei.

Davvero, adesso, tornerei di colpo indietro, in quella piccola via piena d’aria e di sole.

Lassù, sulla collina della mia città, tornerei a saltellare con quel cappello buffo, da cui - ti ricordi? - non mi separavo mai. Con quel berretto, sì: quello che mi affrettavo a togliermi, accennando un cortese e buffo inchino, quando incrociavo qualche signora di nostra conoscenza, per la strada.

Tornerei a saltellare lassù, in quella mattina di primavera che mi è rimasta impressa in maniera indelebile. Quella mattina di cui rammento solo il mio saltellare allegro, per mano a te, tra due ali di case piene di colore e di luce. Tu che non riesci a controllare la mia dirompente vivacità, che un po’ ridacchi, un po’ minacci. Tu che sorridi senza mai convinzione, con quei tuoi grandi occhi scuri, tutti solo per me.

Tornerei con te, adesso, in quella via; a dondolarmi alla tua mano, costeggiando quelle case perfettamente allineate, tra le cui eleganti facciate si intravedeva, furtivo e brillante, l’azzurro del mio, del nostro mare. E non lo farei per ricominciare tutto daccapo, no. Non lo farei per arrivar di nuovo fino al me di oggi, a quel signore un po’ stanco, un po’ amareggiato, che sento avvolgere i miei pensieri. No, no: io tornerei laggiù per poi fermare tutto. Ti bloccherei, a pochi metri da quel negozio di biscotti in cui, ogni giorno, ti trascinavo. E metterei da parte, una volta tanto, tutte quelle urgenze, tutti quei capricci con cui ti ossessionavo, durante le nostre complicate, burrascose camminate. Ti tratterrei, dolcemente, per poi invitarti a sedere su quella panchina, in silenzio, vicini. Tu e il tuo bambino.

Staremmo l’uno accanto all’altra, e basta. Solo così. Poi, dopo lunghi istanti trascorsi ad udir rallentare, pian piano, il nostro respiro, ti chiederei il perché di quel sorriso triste. Vorrei sapere tutto, da te e dai tuoi grandi occhi. Vorrei chiederti di papà, dei vostri dissidi. Vorrei sentirti sfogare, raccontare di te. Per la prima volta, finalmente, vorrei fossi tu al centro della scena, invece che prendermi sempre io tutte le attenzioni. Tu, sempre dopo tutti gli altri, sempre affaccendata, impegnata a star dietro a tutti noi.

Rinuncerei al mio biscotto quotidiano, per farti parlare. Per, poi, farti ridere… Per farti sentire tutto l’amore che ho sempre provato per te, quell’amore complesso, intricato, che nel corso degli anni successivi non ho saputo dimostrarti spesso, ma che ho nutrito fino all’ultimo per la tua dolcezza, per la tua forza, per il tuo coraggio, per la bellissima persona che, in ogni istante della tua vita, hai saputo essere, hai saputo regalarmi.

Vorrei abbracciarti e così annegare, in quella stretta tra noi, quella mia spasmodica, infantile fretta di crescere, di diventare grande, di invecchiare. E così, via via, di perderti. Per sempre, mamma.

Per sempre. Per sempre restare con te, su quella dolce panchina, col nostro mare alle spalle, in equilibrio, entrambi, su questo tempo dannato.

Che ci ha strappati l’una all’altro. Per sempre.

 

 

Pietro Ratto - 2 dicembre 2014

 

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