L'invenzione della Privacy e il furto della Morale

 

 

Nell’antro oscuro in cui, da tanti decenni, continuiamo ad addentrarci e a cui Nietzsche intendeva riferirsi annunciando la "morte di Dio", nello smarrimento morale più totale a cui siamo ormai giunti, ci capita, di questi tempi, di non riuscire nemmeno più a comprendere se un politico che guida un Paese e che passa il suo tempo libero organizzando orge e ottenendo prestazioni sessuali da giovani ragazze in cambio di raccomandazioni o di denaro, possa o meno essere ritenuto indegno del ruolo che ricopre.

Una società che ha perso l’uso delle parole, che disconosce le miriadi di sfumature del proprio linguaggio, che ha smarrito il senso del simbolo e della metafora, non è più nemmeno in grado di riflettere con la dovuta chiarezza. Una società di questo genere, quindi, si rifugia dietro alle sterili espressioni coniate appositamente da chi tiene i fili di tutto il teatrino. E l’espressione più diffusa, volutamente divulgata a riguardo è: ”Ognuno, a casa propria, è libero di fare quel che gli pare”.

 

Bene. A prescindere (ma a ben pensarci nemmeno poi così tanto), dal significato della parola libertà, e dall’infinità di pagine che i grandi uomini del passato hanno scritto affinché a tutti fosse chiaro come esser liberi significhi l’esatto contrario di lasciarsi trascinare dai propri bassi istinti, ma consista invece nell’esercizio di un costante controllo razionale sulle proprie passioni, si tratta di capire esattamente cosa si voglia intendere con questa espressione.

E’ chiaro che pretendere di sostenere con una certa ragione che ognuno a casa propria possa fare ciò che vuole, sia possibile unicamente a patto che si sottintenda che quanto ciascuno di noi è libero di fare nella propria privatezza debba comunque essere legale. Altrimenti si arriverebbe rapidamente al paradosso in virtù del quale chiunque voglia delinquere sia di fatto libero di farlo tra le proprie mura domestiche.

Dunque, riconsiderando la frase sopra citata, dovremmo ragionevolmente aggiungere “a patto che non si tratti di azioni illegali”.

 

La specificazione riveste grande importanza.

Sottintendere un aspetto di questo tipo significa, di fatto, sottolineare la marcata differenza tra un’azione illegale ed una, per così dire “immorale”. Una differenza che - grazie ai giochi di prestigio a cui sempre più ci stiamo abituando, elaborati da chi gestisce l’inconscio collettivo anche e soprattutto attraverso un sapiente uso dei mezzi di comunicazione - viene adeguatamente sottintesa proprio al fine di annullarla completamente.

Dire, infatti, che basta essere a posto con la legge per far sì che le proprie azioni diventino automaticamente insindacabili, in nessun modo criticabili dagli altri, equivale ad affermare, più o meno implicitamente, che l’aspetto morale della nostra vita non debba in alcun modo esser più preso in considerazione; anzi, vada assolutamente accantonato, archiviato come irrilevante questione di pura “privacy” personale.

Quello che sto sostenendo, dunque, è che la tanto invocata “privacy” cui negli ultimi tempi i governi hanno dedicato enormi energie - promulgando apposite leggi, istituendo organi di garanzia ecc.. - se da un lato è stata escogitata con il segreto intento di violare continuamente l’intimità e la privatezza di ogni cittadino, grazie alle decine di firme che quotidianamente gli vengono richieste affinché autorizzi la diffusione di tutti i suoi dati personali come condizione essenziale per accedere a qualsiasi servizio, dall’altro lato è stata ideata proprio da chi ha tutto l’interesse per coprire, anzi cancellare, la natura immorale di molte sue azioni.

 

Ho già avuto modo di affrontare il primo punto1.

In estrema sintesi, asserisco che il continuo venir sottoposti a richieste di consenso nei confronti dell’utilizzo dei nostri dati personali come conditio sine qua non per poter ottenere qualsiasi cosa (come abbonarsi ad una certa compagnia telefonica o acquistare un aspirapolvere), ci porta all’esasperata condizione di chi, messo alle strette, non ha altra scelta che rassegnarsi ad accettare di firmare sempre e comunque, senza nemmeno più leggere le condizioni a cui di fatto si sottomette.

Una situazione, questa, che prima o poi potrà rivelarsi fatale per la nostra stessa libertà personale, non appena cominceremo a scoprire di aver dato il nostro irrevocabile consenso alle incursioni più impensabili nella nostra quotidiana intimità.

 

L’altro aspetto va sviscerato adeguatamente.

Qualche tempo fa, un imprenditore vicino al nostro attuale Presidente del Consiglio ha sostenuto che la differenza tra un uomo di destra ed uno di sinistra stia nel fatto che il primo si ritiene libero di fare tutto ciò che non sia chiaramente illegale, mentre l’altro si pone molti problemi in più.

Credo volesse intendere proprio questo: l’uomo liberale (perché così, sempre in virtù dei suddetti giochi di prestigio, si definisce un uomo di destra), non si fa problemi circa le questioni morali.

Uno spirito liberale non intende sindacare sulla privacy delle persone (e ancor meno accetta che quelle stesse persone pretendano di sindacare sulla sua).

Ognuno a casa propria può fare quel che vuole.

 

Tornando quindi alle orge ed ai festini in cui coltiverebbe l’hobby di tuffarsi chi governa un Paese come il nostro, la valida conseguenza del sillogismo può essere: “A meno che non delinqua in qualche maniera, il capo del governo, a casa sua, può fare tutte le orge che vuole”.

E infatti, se di queste feste a luci rosse si continua a parlar da mesi, la motivazione risiede unicamente su un’ipotesi accusatoria secondo cui, su tali happening, aleggi l’inquietante fantasma della prostituzione minorile.

 

Sulla base di questa riflessione si impongono, allora, due domande.

La prima: perché mai il potere costituito tende ad annullare la moralità, considerandola - e facendola considerare - un aspetto di cui non sia corretto occuparsi?

La seconda, ancor più pressante: siamo davvero disposti a lasciarci derubare di questa fondamentale dimensione?

 

Alla prima domanda risponde, da sempre, la filosofia; soprattutto quella kantiana.

La morale costituisce la condizione fondamentale della nostra libertà. L’uomo è libero proprio perché può scegliere come comportarsi alla luce di una regola - definita “aurea” proprio per l’elevato grado di nobiltà che riveste dentro di noi - che in definitiva ci chiede di agire come ci aspetteremmo che qualsiasi altro individuo appartenente alla nostra specie agisse.

Nessuno di noi può prendersi dei privilegi, trattando gli altri come mai vorrebbe venir trattato, senza tener presente che, così facendo, si comporterebbe in modo immorale.

La moralità, quindi, è ad un tempo consapevolezza della radicale uguaglianza di tutti gli uomini e determinazione ad agire sempre nel rispetto di tale imprescindibile parità. Se decido di agire come non vorrei che gli altri facessero, agisco immoralmente; punto e basta. La moralità, quindi, veramente possiede carattere universale; per questo non ha nulla a che fare con la religiosità. Altrimenti dovremmo tornare a considerare immorale chi non crede in Dio o chi vi crede in modo diverso da noi.

Nonostante quanto sia sempre stato insegnato alla gente, è sulla regola aurea che tutte le religioni di tutti i tempi sono state edificate, e non viceversa.

Perché, allora, chi detiene il potere dovrebbe mai spingerci a considerare sempre meno gli aspetti morali di un certo modo di agire, a vantaggio di quelli prettamente legali?

La risposta è, a questo punto, piuttosto semplice. Se la morale consiste nell’intenzione di agire senza prendersi alcun privilegio, e se questa intenzione - frutto della mia inviolabile libertà - non è in alcun modo valutabile dall’esterno (nessuno, tranne me, conosce la reale determinazione con cui, di volta in volta, mi comporto, dunque nessuno può davvero comprendere se in quella certa circostanza, a prescindere da come ho agito, io fossi o meno in buona fede), ne consegue che chi intende rendere le persone sempre meno libere debba risolversi proprio a convincerle della sostanziale inutilità ed arbitrarietà delle valutazioni morali nei confronti di qualsiasi azione priva di rilevanza penale, liquidandola come “fatto personale”.

 

Insomma, invece che invitare gli uomini ad un comportamento moralmente virtuoso, molto meglio richiamarli esclusivamente ai loro obblighi legali, che possono essere considerati perfettamente “dall’esterno” poiché ciò che conta, in quel caso, non è l’intenzione ma soltanto l’azione nuda e cruda (nessun vigile valuta l’intenzione di chi ha violato il codice della strada; basta attestare l’avvenuta infrazione e comminare adeguata sanzione).

Pretendere di sottrarre ad un uomo la possibilità di valutare la moralità del proprio comportamento equivale a cercare di rubargli la libertà; e questo risulta ancor più evidente se si pensa alle migliaia di ufficiali nazisti che hanno sterminato milioni di ebrei senza preoccuparsi minimamente della questione morale, certi che ciò che veramente contava fosse la piena legalità di quelle stesse azioni.

A un potente non conviene che i governati siano liberi, soprattutto liberi di pensare con la propria testa. Ad un potente non conviene governare uomini capaci di agire disinteressatamente, così come la morale prescrive. Conviene invece formare persone interessate, che agiscono solo in vista di una convenienza, inclini al compromesso e sorde a qualsiasi senso di colpa. Persone facilmente manovrabili, autentiche marionette nelle mani di un burattinaio.

 

A questo punto diventa più chiara la seconda domanda.

Chiederci se intendiamo continuare a pensare che ciò che ognuno fa a casa sua siano fatti suoi equivale a chiederci se vogliamo tenerci stretta questa nostra libertà di pensiero, oppure svenderla per due soldi.

Se un capo del governo organizza orge, o anche solo festini, in cui si avvale della “collaborazione sessuale”di decine di ragazze che paga o a cui promette un futuro da "velina", si comporta moralmente o no? Questo suo modo di trattare le suddette ragazze potrebbe accettarlo nei confronti delle sue figlie e della sua stessa persona?

Sta insomma facendo agli altri ciò che permetterebbe che gli altri facessero a lui o a alle persone che ama? E se dunque dobbiamo ammettere che egli si comporti in modo immorale, come possiamo dimenticare che colui che usa le persone ed abusa sessualmente del potere conferitogli da quello stesso popolo a cui esse appartengono, quotidianamente è chiamato a lavorare per il bene di tutti ed ad esprimere un’azione politica che permetta a tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, di sentirsi il più possibile felici ed uguali sia nei diritti che nei doveri?

Può, allora, un governante che si comporta immoralmente anche senza violare alcuna legge dello stato, venir considerato degno del compito che ricopre?

 

Ricominciare a rispondere anche a queste domande, o anche solo a porsele, significa rimettere in funzione la nostra arrugginita capacità di riflessione.

Significa riprovare a tenersi stretta la propria libertà.

 

Pietro Ratto, 23 aprile 2011

 

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1 Cfr. P. Ratto, L'uomo avvisato

 

 

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