Kant, senza immaginazione la rivoluzione è impossibile.

Il ruolo dell'Immaginazione nella

Critica della Ragion Pura

 

"Questo schematismo del nostro intelletto,

rispetto ai fenomeni e alla loro semplice forma,

è un'arte celata nel profondo dell'anima umana,

il cui vero maneggio noi difficilmente strapperemo mai alla natura

per esporlo scopertamente innanzi agli occhi".

 

E' ciò che afferma Kant nel noto e dibattuto capitolo dedicato allo schematismo trascendentale, presente all'interno della sua Critica della Ragion Pura (Analitica Trascendentale, Libro II, Cap. I). Nessuno come Kant sa quanto sia nascosta l'arte di cui sta parlando: lo ha fatto disperare anni, a Critica già ultimata. Per tanto tempo ha ragionato sul suo sistema, e lo ha fatto nel modo assolutamente coerente ed al limite dell'ossessività tipico di un professore di Königsberg che sente come missione sua personale quella di salvare la scienza da una crisi che sembra senza speranza, quella crisi nella quale è caduta a causa (e per merito) di un empirista talmente radicale ed inflessibile da tradurre il proprio pensiero nel più assoluto eppur fecondo scetticismo, un filosofo come David Hume.

 

Da una parte, dunque, la scienza induttiva e rigorosamente a posteriori di un empirismo inglese che con Hume arriva al suo compimento più perfetto ed autodistruttivo, dall'altra parte un sapere aprioristico vecchio e sterile, aristotelicamente enciclopedico, che nulla può più offrire ad uno scienziato che voglia scoprire nuove cure per le malattie che affliggono l'umanità, o nuove leggi per la fisica.

Sì, perché se di scienza vogliamo parlare, di scienza vera, ad alcuni ingredienti essenziali non possiamo rinunciare. Essa deve valere per tutti e per sempre o, in altre parole, ha l'obbligo di costituirsi come un sapere universale e necessario, ma anche di lavorare a nuove scoperte, nuove leggi e nuovi mezzi attraverso cui migliorare il mondo, nuove sicurezze e maggior benessere.

In altre parole, fidarsi solo dei propri occhi, o in generale dei propri sensi, è posizione rispettabilissima ed imprescindibile per la scienza moderna, ma l'empirismo, che questa scelta trasforma in manifesto programmatico della propria dottrina, non può ignorare il baratro che si apre di fronte a sé proprio nel momento in cui intende colmare i "buchi" che un sapere come quello cartesiano ha lasciato sul proprio cammino.

Nell'interesse di una scienza vera, certezza vi è solo dei fenomeni che ho osservato, dunque certezza vi è solo del fatto, termine che va classificato come participio passato, e che dunque si richiama a ciò che ormai si è verificato. Il fatto, una volta osservato, è senz'altro certo per me, ma non mi autorizza assolutamente a prevedere che possa ripresentarsi, seppur nelle medesime condizioni nelle quali si è realizzato nel corso della mia osservazione, perché ogni mia previsione futura infrangerebbe la somma regola empiristica: basarsi solo sui fatti.

 

E' il problema dell'induzione, non a caso il tipico ragionamento empirista.

"L'acqua bolle a cento gradi", ad esempio, è asserzione universale affermativa, rientra nella definizione che Aristotele ci ha dato di questo tipo di proposizioni. Dunque il suo valore di verità è Vero o Falso, e questo dipende da come le cose stanno nella realtà… Immergo il termometro quando l'acqua bolle, osservo il salire della colonnina di mercurio, e constato che le cose vanno proprio così, bolle a cento gradi.

Ma chi mi dice, tuona Hume, che ciò valga per il futuro? Volete vera ed incontestabile certezza, quella che si addice alla vera scienza? Allora vi tocca immergere il termometro ogni volta che vedete l'acqua bollire, non dando nulla per scontato, e rinunciando per sempre a formulare qualsiasi tipo di legge a riguardo… Chissà…Domani l'acqua potrebbe bollire a settantadue o a centododici gradi: del doman non v'è certezza.

Per verificare un assunto come "tutti i tacchini muoiono", quindi, o mi rassegno a dedicare la mia vita all'osservazione di questi animali annotando uno per uno tutti i casi di morte rigorosamente accertata e conclamata (ma ciò è impossibile: dovrei godere di un punto di vista globale sul mondo dei tacchini, un punto di vista che nessun uomo possiede e che già Leibniz aveva attribuito solamente a Dio), o rinuncio a confermare la legge e, contemporaneamente, ammetto il fallimento dell'induttivismo.

 

Dall'altra parte, dalla parte dei vecchi razionalisti, stanno tutte le certezze vuote ed inutili, sta un sapere di verità di ragione, per continuare a tirare in ballo Leibniz, che nulla capisce del mondo reale, e che, soprattutto, nulla sa scoprire di nuovo. In altre parole, la vecchia arma della deduzione può senz'altro, servendosi di strumenti aristotelici come quello dell'inerenza o del principio di non contraddizione, dare certezza circa la veridicità (piuttosto inutile, per altro), di un enunciato come "L'acqua è bagnata". Per forza: è implicito, è scontato! Ma mai potrebbe scoprire che l'acqua bolle a cento gradi, a meno di osservarlo, di verificarlo, e dunque, di convertire i suoi profeti razionalisti

all'empirismo più puro.

In definitiva: nessun razionalista potrebbe mai scoprire che l'acqua bolla a cento gradi, e nessun empirista potrebbe mai assicurare che questa sia una legge, dunque un'asserzione universale e necessaria. Il deduttivismo è sterile e l'induttivismo è provvisorio. Questo il dramma della scienza di fine Settecento.

La soluzione kantiana, lo sappiamo, è talmente geniale da risultare addirittura semplice: l'universalità e la necessità del nostro sapere si fondano sulle nostre forme a priori, ossia sul nostro modo di percepire, di concettualizzare e di giudicare, che è identico in ognuno di noi.

Certo che la scienza necessita di materiale proveniente dall'esterno, di dati, ma questi vengono irrimediabilmente condizionati dal nostro modo di riceverli ed elaborarli, al punto tale da non essere più gli stessi, da trasformarsi in fenomeni che nulla possono dirci circa le cose in se stesse, circa le modalità attraverso cui il mondo esiste di per sé, indipendentemente dal nostro percepirlo…

Ma, e questo è il punto, questa trasformazione del mondo operata dagli innati elementi a priori della nostra conoscenza (Spazio, Tempo, Categorie), si verifica in modo assolutamente identico in ognuno di noi, in quanto ognuno è membro della comunità umana. E' dunque certo che l'acqua bollirà sempre e per tutti (per ogni uomo), a cento gradi: percepiremo sempre tutti allo stesso modo, spazio-temporalmente, l'insieme delle informazione sensoriali suggeriteci dall'acqua, il termometro, la colonnina di mercurio che sale ecc. , ed allo stesso modo tutti ci fabbricheremo i concetti di acqua, di grado, ecc., servendoci delle categorie innate ed identiche in ogni uomo, e così tutti noi formuleremo nello stesso senso questo giudizio, anche nel quarto millennio.

Si tratta infatti di un'universalità e di una necessità relative alla nostra specie, ma d'altra parte, poco importa che i castori o i marziani non condividano la nostra scienza: la nostra scienza è nostra proprio per questo, e solo per noi deve valere.

La soluzione è talmente semplice e rivoluzionaria ad un tempo, che impegna Kant in un lavoro di revisione continuo, alla disperata ricerca di cosa non vada… E qualcosa, effettivamente, non va.

Kant non scorda il contesto dell'opera. Ci troviamo in un tribunale, e in un ambito del genere dobbiamo procedere con molta cautela nei confronti dell'imputato, perché c'è il rischio che sia assolto troppo superficialmente e che troppo facilmente sia lasciato libero.

Il rischio consiste nell'eventualità che, se non tutto viene regolamentato, se si lascia all'imputato-ragione un margine di libertà tale da permettergli, una volta assolto, di ricominciare a gongolarsi nei suoi sogni di visionario, tutto il lavoro possa essere vanificato in un attimo.

 

In un tribunale che si rispetti, l'imputato deve essere giudicato sulla base delle motivazioni che l'accusa adduce per dimostrare che le azioni da lui commesse sono considerabili a tutti gli effetti illegittime.

D'altra parte, di norma, l'imputato si difende sostenendo la legittimità di quanto commesso. La deduzione, in senso giuridico e non logico, va dunque intesa come l'esame che permetta al giudice

di capire se l'imputato aveva o meno diritto di comportarsi in quel dato modo o, ed è lo stesso, quale comportamento sia oggettivamente corretto e quale sia invece scorretto in quel determinato frangente. L'imputato scalpita, si sente forte ed autorizzato a tutto, non fosse altro che per tutto il potere che cartesiani, spinoziani ed in qualche modo gli stessi illuministi gli hanno attribuito…

Nessuno, fino ad ora, ha mai osato trascinarlo in tribunale, seppure al cospetto di se stesso.

L'imputato-ragione rivendica la legittimità della propria pretesa circa il poter conoscere tutto senza limiti di sorta, e l'autorità con cui si dibatte tra le accuse è dirompente, non fosse altro che perché l'imputato coincide con lo stesso Giudice!

 

Ma Kant procede con calma, con la sua solita freddezza, ed inesorabilmente trova il fondamento della pretesa, la regola che serva a discriminare l'uso corretto da quello scorretto del nostro pensare. Pensare, sì, perché per quanto riguarda il percepire, non si dà uso scorretto o corretto: il nostro filtro spazio-temporale si attiva automaticamente, senza nessuna consapevolezza da parte nostra, tant'è vero che fino a Kant nessuno si era mai nemmeno accorto della sua presenza…

Ma pensare sì che è un'attività spontanea e consapevole, dunque è un'attività che va regolamentata. Il Giudice ragiona, lo fa per definizione, e, sentite accusa e difesa, si pronuncia.

 

L'io penso, vale a dire il nostro intelletto quando pensa, altro non è che funzione logica. Non si atteggi a sostanza, a cosa pensante, ma soprattutto tenga ben presente che conoscere non vuol dire solamente pensare, vuol dire pensare a qualcosa che esiste, vuol dire unificare molteplici dati sensoriali in unità sintetiche chiamate concetti.

Non si azzardi dunque a vantarsi di conoscere ciò a cui può soltanto pensare: conoscere qualche cosa significa averne avuto esperienza, averne percepito e "filtrato" spazio - temporalmente una molteplicità di informazioni sensibili che, una volta vagliati ed imprescindibilmente modificati dalle condizioni a priori della nostra sensibilità, possono essere sintetizzati in concetti secondo le modalità stabilite dalle dodici categorie. L'io penso, dunque, può benissimo continuare a pensare a Dio o ai ciclopi, basta che non si vanti di conoscerli, perché ciò è illegittimo anche solo se lo fa allo scopo di impressionare la giuria con chissà quali raccomandazioni!

Dio, dunque, teoreticamente è un concetto vuoto, è sintesi di nulla. Si conosce un limone perché tale concetto è somma di sensazioni come "aspro", "ovale", "giallo", ecc., ma può l'imputato far presente all'accusa di quale molteplice sensibile, di quale somma di dati sensoriali, sarebbe sintesi il suo improbabile concetto di Dio?

 

Giuseppe Riconda sottolinea molto bene la centralità di questa deduzione kantiana. "Essa non solo riprende ed approfondisce i temi dell'estetica trascendentale, ma anche anticipa temi della dialettica, cosa che non può non avvenire in quanto, come abbiamo visto, dimostra la validità oggettiva delle categorie restringendone l'uso ai fenomeni." (G. Riconda, Invito al pensiero di Kant, 1987).

 

D'altra parte l'io penso non si deprima, né si ritenga umiliato. Seppur ridimensionato a semplice funzione, trattasi sempre di funzione di grandissima importanza. Non si è reso conto che in tale modo si è giustificata la sua pretesa di valere per gli oggetti, seppur solo quelli di esperienza?

E soprattutto, non si è accorto che il suo ruolo, che ora gli appare così ridotto, è di fatto enorme? Sì, perché le categorie in base a cui l'imputato costruisce i suoi concetti, i suoi giudizi, i suoi ragionamenti, grazie al suo lavoro di sintesi, possono condizionare l'esistenza, sì, l'esistenza degli oggetti stessi, in quanto oggetti di esperienza.

Non solo, dunque, l'oggetto assume inevitabilmente caratteristiche spazio - temporali in virtù delle forme a priori della sensibilità, ma è considerabile, ad esempio, da un punto di vista qualitativo, o in relazione ad altri oggetti (secondo relazioni come, ad esempio, quella di causa - effetto), proprio perché è l'io penso stesso che opera sintesi di tipo qualitativo o causale a partire dai dati sensoriali che dall'oggetto giungono all'animo umano.

In altre parole, l'imputato è bene che si accorga della sua enorme (ma non smisurata, quello no), responsabilità rispetto al mondo, che appare ad ogni soggetto una rete di connessioni causali o un insieme di fenomeni belli o brutti, proprio perché l'io penso ha fatto regolare uso di categorie identiche ed innate in ogni uomo, come quelle di causalità o di qualità, caratteristiche che, in se stesso, il mondo non possiede.

Ma anche l'imputato ragiona, anche lui lo fa "per definizione", e una domanda al Giudice non se la vuole risparmiare. "Come è possibile tutto ciò?". "Prego?" "No, dico: come è possibile tutto ciò?

Come è possibile che io riesca a condizionare il mondo degli oggetti attraverso il mio modo di pensare, se le mie categorie nulla hanno a che fare con le forme a priori di spazio e tempo? Sì, insomma, non mi risulta che nessun tipo di raccordo esista tra percezione e pensiero, non mi risulta che i due livelli siano mai stati sincronizzati in qualche modo…

Voglio dire: che io condizioni le cose spazio-temporalmente posso ancora capirlo: in fin dei conti si tratta di filtrare le informazioni un po' come si fa per fare il tè usando il colino: l'erbetta rimane al di là delle maglie della rete, mentre ciò che arriva a me, ciò che posso gustare, è quell'acqua giallastra che è riuscita a passare in mezzo al filtro…

Ma mi risulta, Vostro Onore, che il mio condizionamento finisca lì. L'io penso si limita a ricevere e sintetizzare quanto gli arriva dai sensi… Non crede che parlare di condizionamento delle categorie sulla realtà sia espressione un po' troppo forte, e quanto meno immotivata?

E, detta di passaggio, mi sta bene la Sua regola: la conoscenza non può essere data se non dall'imprescindibile unione di pensiero e molteplice sensibile. Mi sta bene, cioè, che un pensiero senza dati sensoriali non sia definibile con il termine conoscenza, ma alla molteplicità sensibile senza un pensiero, qualcuno ha mai pensato?

Le Vostre regole, Signor Giudice, non lasciano forse scoperto il rischio che possa verificarsi in un qualsiasi futuro il caso di una serie di informazioni captate dai sensi ma, per così dire, non concettualizzabili, non pensabili e dunque non conoscibili intellettivamente, ossia per le quali le categorie di cui dispongo possano rivelarsi inutilizzabili?"

Ecco il punto.

Messa così la faccenda non funziona. Il pensiero deve poter dare forma al mondo così come i sensi, anzi deve trattarsi di un'unica forma, deve essere un gioco di squadra tra sensi ed intelletto che si fondi su una sostanziale ed effettiva cooperazione.Meglio ancora: di un coordinamento del pensiero che agisca direttamente sui sensi, e tramite essi, indirettamente sul mondo dell'esperienza.

La scienza è ancora in pericolo.

Il Giudice non sa rispondere, non sa rispondere. Gli occhi cercano disperatamente quelli di Kant, perché bisogna rispondere, bisogna risolvere, ma la soluzione non c'è… Rapporto tra sensi ed intelletto…Rapporto tra dati sensoriali e concetti. Mica possiamo riproporre la solita minestra platonica della cosa come imitazione dell'idea…!

E poi Platone parlava di idea, non di concetto. Di archetipo, non di costrutto mentale… La risposta non arriva, non arriva.

Ma che Rivoluzione copernicana è questa, se non spiego come posso sentirmi, anche in quanto uomo pensante e non solo percepente, legislatore universale?

Veramente questa deduzione è di capitale importanza, veramente è necessario riformularla in occasione della prossima edizione della Critica della Ragion Pura.

Davvero qui ci vuole un'idea.

E l'idea, alla fine, arriva, ed è geniale ed unica nel suo genere, è l'idea che permette al Professore prussiano di far funzionare tutta la sua macchina alla perfezione, l'idea che consegna definitivamente all'intelletto la guida di tutta la conoscenza umana e, contemporaneamente, il potere legislativo sul mondo intero.

Lo schematismo.

 

L'unico modo che può permettere all'intelletto di condizionare il mondo fenomenico consiste nel concepirlo capace di esercitare sulle nostre porte sensoriali un controllo ferreo.

Bisogna scoprire il linguaggio comune condiviso da sensi ed intelletto, quello attraverso cui l'io penso regolarmente impartisce i suoi comandi alle porte dei sensi, affinché esse si aprano e captino ciò che può anche essere "capito" o, invece, rifiutino informazioni che, comunque, sfuggirebbero alla nostra comprensione in quanto non concettualizzabili, non categorizzabili.

 

Da qui lo schema, la longa manus dell'intelletto sui sensi, lo strumento intermedio tra fenomeno sensibile e concetto che si serve della dimensione del tempo per condizionare la mia percezione…Non tanto uno strumento, no; meglio dire: una regola.

Lo schema trascendentale è la regola che ogni categoria impone alla conoscenza sensibile, la regola per ben percepire o, altrimenti, non percepire affatto.

Lo schema di triangolo, ad esempio, disciplina la nostra percezione dei singoli triangoli empirici, quelli che riconosciamo come tali, una volta disegnati sulla lavagna, proprio perché disponiamo di questo modello di riferimento.

Lo schematismo trascendentale si rivela, in questo modo, di utilità capitale per spiegare il meccanismo attraverso cui io trovo "nessi categoriali" all'interno degli oggetti del mondo, e come tale si rivela nucleo essenziale della dottrina della deduzione trascendentale, a dispetto di tutti i testi che continuano a considerarlo teoria a sé stante e, in certi casi, pressoché prescindibile.

 

Infatti, come già detto, ogni categoria dispone di un proprio schema, ed attraverso questo esercita il suo controllo sulla sensibilità. Lo schema, ci spiega Kant, è un prodotto di quella che chiama immaginazione produttiva, la facoltà che determina a priori le forme delle intuizioni proprio servendosi di tali "regole".

Kant ci tiene a distinguere, in linea con la tradizione precedente, l'immaginazione produttiva da quella riproduttiva. Quest'ultima, infatti, non è altro che facoltà del rievocare oggetti precedentemente percepiti, mentre quella produttiva è vera e propria fantasia, creatività, che però, per scopi teoretici, si asservisce all'intelletto e fornisce a quest'ultimo gli strumenti del suo dominio sul mondo fenomenico. Grazie allo schema, insomma, l'oggetto stesso non può darsi se non seguendo le regole dell'intelletto, che sono le medesime che la percezione segue.

La direzione di tutta la conoscenza è finalmente assegnata al pensiero, e la sensibilità, platonicamente, si assoggetta ad esso che, di fatto, la "misura".

Il Giudice ha tutto chiaro, ora, e la deduzione può continuare.

 

Si rassicuri, l'imputato, che nulla interviene a turbare il saldo controllo che egli esercita sul mondo.

Egli è la forma stessa dell'esistenza, dato che tutto esiste soltanto se è percepito, e tutto è percepito soltanto se è pensabile. Questo, naturalmente, l'imputato abbia la cortesia di considerare valido anche per la sua stessa esistenza. Anch'egli si coglierà esistente nello stesso identico modo, anch'egli esiste solamente perché è pensabile, anch'egli è soltanto fenomeno a se stesso.

 

Ad ulteriore chiarimento, l'imputato voglia rendersi conto che i seguenti sono gli schemi trascendentali, e dunque i costrutti intermedi omogenei da un lato alle categorie e dall'altro ai fenomeni, che sistematicamente ed inconsapevolmente utilizza durante la sua attività di io penso: il numero, come schema delle tre categorie della quantità, che trattasi di una "quantità temporalizzata", ossia la regola per percepire caratteristiche quantitative degli oggetti, in proiezione della successiva formazione dei concetti quantitativi; il grado, schema delle tre categorie della qualità, che regolamenta la percezione di caratteristiche qualitative successivamente sintetizzabili dall'io penso in concetti qualitativi; la permanenza, la successione e la simultaneità come rispettivi schemi delle tre categorie di relazione: sostanza, causalità, reciprocità. Anche in questo caso trattasi di regole per far sì che le porte sensoriali captino ed accettino dati successivamente unificabili in concetti di relazione.

In ultimo l'esistenza in un qualsiasi tempo, l'esistenza in un determinato tempo, e l'esistenza in ogni tempo, in quanto schemi delle categorie modali di possibilità, esistenza (o realtà, se si preferisce), e necessità.

 

Insomma, l'imputato capisca che la sua immaginazione, plasmando la forma del senso interno chiamata tempo nel modo voluto dalle dodici categorie, è in grado di progettare regole che stabiliscano come gli oggetti debbano presentarsi ai sensi per poter essere successivamente concettualizzati, ed agisce imponendo questi suoi progetti al mondo.

Se si tratta di percepire cani, l'immaginazione, una volta capito cosa sia un cane e quali caratteristiche essenziali possieda, costruisce uno schema empirico di cane generalissimo, che valga per tutti i cani possibili, e che rappresenti l'aspettativa, la regola appunto, circa ciò che l'animo è disposto a percepire e riconoscere come cane se un oggetto che soddisfa tale regola gli si pare di fronte agli occhi. Se si tratta invece di percepire qualsiasi oggetto, la regola che l'immaginazione ha prodotto una volta per tutte ed utilizza in totale ottemperanza alle caratteristiche delle categorie, è che, affinché ciò che si affaccia alle porte dei miei sensi possa essere riconoscibile in quanto oggetto di esperienza, e dunque percepito e poi capito, debba essere numericamente quantificabile, qualificabile in base a gradi intensivi, relazionabile ad altri oggetti di esperienza permanendo al di là di caratteristiche accidentali, eccetera eccetera.

 

Ecco come, grazie allo schema, al progetto che l'intelletto impone alle cose, l'io possa definirsi compiutamente ed esaustivamente il legislatore universale… L'io inteso come soggettività umana in generale, s'intende.

 

In definitiva, ogni cosa per esistere deve essere percepita in quanto concettualizzabile. Ora tutto funziona a perfezione, e dimostra come lo schematismo si riveli l'imprescindibile porta di accesso alla Dialettica trascendentale: Dio, ad esempio, non esiste, fino a prova contraria, in quanto non percepibile, ed è il pensiero a decidere che Dio non venga percepito, poiché le categorie necessarie per capirlo ci mancano assolutamente.

In altre parole, usando una interpretazione ed un linguaggio un po' più vicino alla filosofia del nostro tempo, il fatto che Dio non esista non significa assolutamente che non sia.

Dio può senz'altro essere, ma non esistere in quanto non conoscibile dall'uomo.

 

Ecco la grande rivoluzione copernicana che senza lo schematismo risulterebbe incompiuta ed incomprensibile: non l'esistenza determina la conoscenza, come avevano da sempre sostenuto gli empiristi, bensì la conoscenza determina l'esistenza.

Ma, si badi bene, conoscenza, non pensiero, altrimenti gli idealisti tedeschi che di Kant faranno scempio credendosi kantiani, avrebbero ragione.

 

Giudice ed accusa sono ormai sereni. L'imputato, al cospetto di tali argomenti, non può che chinare il capo di fronte alle sue colpe, pur avvertendo l'immenso onore di essere stato promosso legislatore universale.

D'ora in poi sarà più facile parlare dei suoi errori, delle sue idee errate, senza che la difesa possa addurre motivazioni forti. L'imputato tali errori li ha capiti. Non può che rimettersi alla volontà del giudice.

 

Deduzione compiuta, quindi. E rivoluzione copernicana pienamente condotta in porto.

Ma il prezzo pagato è enorme, e il debito se lo dovranno sobbarcare le generazioni di filosofi che seguiranno.

Certo, il divorzio tra uomo e mondo è stato evitato per un soffio, ma i due dovranno accontentarsi di vivere "separati in casa". L'uomo sa ormai di non capire nulla del mondo, ma grazie a Kant può continuare a controllarlo; il mondo, in se stesso, è sfuggito di mano una volta per tutte agli uomini.

Via libera, dunque, ai fantasmi del futuro: il delirio di onnipotenza di un idealismo che si illude di creare ciò che non ha più la capacità di comprendere, le angosce e le disperazioni dell'individuo chiuso in se stesso e kierkegaardianamente affacciato al baratro del paradosso, la morte di Dio teorizzata da Feuerbach, praticata da Marx e proclamata da Nietzsche.

 

Per culminare con la deiezione e la spersonalizzazione esistenzialistica.

 

 

Pietro Ratto, 6 Settembre 2002

 

 

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