Immaginate un insegnante

 

 

Immaginate un insegnante.

Immaginatene uno che ama il suo lavoro, la sua disciplina.

Immaginatevelo lì, appassionato, a spiegare in classe, pieno di trasporto.

Immaginate che, come tutti i docenti che amano quello che insegnano, ambisca a trasferire la sua passione, la sua voglia di cercare, di approfondire sempre più, ai suoi ragazzi.

Immaginate, però, che costui insegni qualcosa che, per lo Stato per cui lavora, non sia determinante. Qualcosa che non abbia nulla a che fare con gli interessi economici del suo Paese, qualcosa a cui, di conseguenza, nessun imprenditore e nessuna azienda potrebbero mai rivolgere il proprio interesse. Nulla su cui puntare per far profitto, insomma.

Immaginate, altresì, che questo docente creda con fermezza che quanto egli insegna sia comunque di fondamentale importanza, per tutt’altri motivi. Che consideri l’argomento delle sue lezioni massimamente decisivo per la crescita continua, morale e cognitiva, dei suoi stessi alunni.

A questo punto, immaginate lo scontro tra la sua passione e la convenienza materiale futura dei suoi ragazzi, anche se - a ben pensarci - quell’insegnante è pagato per fare il suo lavoro e, di conseguenza, la sua convenienza materiale ce l’abbia - o quale mirabile fortuna, in condizioni di piena libertà d'espressione di sé - nell’insegnare proprio ciò che viene considerato antieconomico per eccellenza. Immaginatevela, quella contraddizione che egli vive, ogni giorno.

Veder alunni - soprattutto i migliori, i più dotati - che crescono sviluppando un interesse, una sensibilità, una cultura tali da poter permettersi di continuare a cimentarsi proficuamente, anche dopo il Liceo, in questo genere di studi e, contemporaneamente, saper per certo che tale passione sia destinata ad estinguersi rapidamente.

Ecco, appunto: immaginate che l’insegnante abbia la stessa identica ambizione di tutti gli altri colleghi: riuscire a trasmettere l’amore per la sua disciplina al punto di scorgerne, ogni tanto, qualcuno determinato a seguir la sua stessa strada. E poi, immaginatevi il suo sconforto, nel constatare che quell’entusiasmo appena intravisto con commozione, quel tenero germoglio appena spuntato, gli venga sistematicamente estirpato, in nome della convenienza, dell’opportunismo, delle maggiori possibilità lavorative future.

Strappato dalle mani con violenza, per lo più dallo stesso interessato, su insistente pressione della sua famiglia. Padri, madri che, alcune volte, non esitano persino a prender contatto con questo nostro sfortunato docente, per intimargli, con malcelato disprezzo, di provvedere rapidamente a distruggere, nel loro ragazzino, ogni traccia, ogni residuo del suo talento, al fine di evitare di farne un futuro "disadattato".

Immaginate la lacerazione, psicologica e fisica, che vive quel docente. Far crescere per poi distruggere. Perché, vedete, la sua disciplina amatissima, così odiata dalle famiglie e dal sistema, è un po’ come Giulietta per Romeo. Un po’ come Tristano, per Isotta.

Immaginate, quindi, il suo senso di frustrazione nei confronti del suo lavoro, dei suoi ragazzi e dei suoi colleghi, i quali, invece, continuano indisturbati a spingere i propri alunni a seguire la loro stessa strada, senza trovare ostacoli, senza doversi vergognare, come invece accade continuamente a lui. Quegli stessi colleghi, molto più “fortunati” ed appoggiati dalle rispettive famiglie di quanto non sia lui; quei colleghi che di questo vantaggio fanno sistematicamente, quotidianamente, un punto di forza circa la maggiore importanza delle loro materie, rispetto alla sua.

Immaginatevela tutta, questa costante, disillusa frustrazione.

E se avete immaginato fino in fondo questa situazione, se vi siete, anche solo per un attimo, immedesimati in questa quotidiana, inguaribile lacerazione, ebbene, avete allora avvertito quali oscuri sentimenti adombrino, ogni mattina in classe, lo sconsolato animo di un insegnante di Filosofia.

 

Pietro Ratto - 7 dicembre 2014

 

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