Le due direzioni

 

 

Nell'ambito della pur splendida mostra sui Brueghel, allestita in questi giorni alla Reggia di Venaria, uno dei quadri che tanto amo manca.
Così, ho pensato di infilarlo qui, in questa mia bizzarra galleria di riflessioni.


È un lavoro di Pieter Brueghel il Vecchio, uno dei pittori che mia madre mi ha insegnato ad amare già da quando ero ragazzino.

Niente di appariscente. Appena uno schizzo, ma dai tratti forti e precisi.

D'altra parte la perfezione è così semplice, così autosufficiente. La perfezione ha soltanto bisogno di sé.

Inchiostro marrone su carta, anno 1565. Brueghel, in quel momento, ha più o meno trentacinque anni. Soltanto due anni prima ha sposato la figlia del suo maestro. Ed è padre, da un anno, del suo primogenito Pieter, che diventerà anch'egli un grande pittore: Pieter Brueghel il Giovane, appunto.
Il quadro è sensazionale. Descrive talmente bene il rapporto che sussiste tra l'Arte e il giro di affari che, già all'epoca, le ruota attorno, da avermi letteralmente incantato. Ricordo di averlo voluto far riprodurre a tutti i costi sul libretto di presentazione della mia opera rock "H", distribuito al pubblico intervenuto alla sua prima proiezione, nel lontano 1986.
Quel disegno s'intitola, infatti, "Il pittore e il committente".

In primo piano, al centro, c'è lui: il maestro. Quell'uomo con la folta barba e lo sguardo accigliato, che brandisce il pennello quasi come un'arma, è proprio lui: il grande Brueghel. Che tra l'altro, da pochissimo, ha preso improvvisamente a firmarsi senza più l'acca. Bruegel. Soltanto più Bruegel.
Per moltissimi critici, insomma, si tratta di un autoritratto.
Brueghel è lì, davanti a noi, tutto intento a lavorare. Concentratissimo, spettinato, la camicia piena di chiazze di colore, il Maestro dipinge totalmente assorbito dal suo lavoro. Dietro di lui, ecco il committente. Colui che gli ha commissionato - e che gli pagherà - l'opera, insomma. Un'opera che non si vede. Anche perchè qui non conta. Qui conta solo il Maestro, la sua infinita, dirompente e geniale potenza creativa. E poi quel piccolo ometto che gli fa capolino dietro le spalle, nella metà sinistra del quadro, e che non vede l'ora di arricchirsi coi suoi soliti, scaltri commerci.

Si noti la differenza abissale tra i due volti. Quello del Maestro, vissuto e fortemente caratterizzato. Pieno di rughe e di vita, è infatti il viso di un uomo di carattere e di forti passioni. Quello del commerciante, invece, è insignificante. Totalmente insignificante. Una faccia inespressiva e glabra, persino viscida, quella del committente.
Si osservino ancora le rispettive mani destre. Una rugosa, forte, vigorosamente serrata attorno al pennello. L'altra minuta e sottile, inevitabilmente appoggiata alla borsa dei soldi.
E poi gli sguardi, quegli sguardi che costituiscono il vero capolavoro nel capolavoro. In quei due sguardi, va detto, è racchiuso l'intero significato del disegno. Perché non c'è proprio niente da fare, signori; qui siamo al cospetto del grande, eterno dramma della mercificazione dell'Arte.
Come non notarlo, infatti? La storia, dopo tutto, è sempre la stessa.
Gli occhi furbetti ma vuoti e assenti dei mercanti e quelli profondi e sinceri del Maestri, dalle origini dell'Arte ad oggi, guardano sempre in due direzioni diverse.

 

Pietro Ratto - 9 dicembre 2016

 

 

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