La notte prima

 

 

Il 28 maggio 1453 Dio si svegliò con in testa la solita, opprimente domanda. Sono io un dio buddista, ebreo, musulmano, cristiano o che altro? E se cristiano, sono cattolico o ortodosso?

Da tempo immemorabile, quel dubbio lo turbava. Per lo meno da quando gli uomini, laggiù, avevano preso a dividersi e a scannarsi di brutto, per incomprensibili motivi.

Eran tempi difficili, quelli. Da questa parte continuavano a divampare roghi su cui, chi si diceva giusto, non esitava ad arrostire chi riteneva eretico. Catari, lollardi, hussiti, e chi più ne ha più ne metta, scovati in ogni angolo e trucidati con quella solita, gelida violenza di cui abusa, spavaldo, chi sa di non aver mai torto.

Dall’altra parte i turchi assediavano da tempo la città di Costantinopoli. In pratica, quel che restava dell’Impero romano d’Oriente.

Un po’ annoiato, Dio stropicciò gli occhi, volgendoli pigramente su questo ennesimo assedio. Maometto II, un ragazzotto viziatello e impulsivo, tutto preso da quella smania di successo tipica di un ventunenne, dopo quasi due mesi di battaglia stava per sferrare il colpo di grazia all’antica Bisanzio. Ancora una volta, pensò, un orrendo massacro utile solo ad aumentare il potere di un megalomane, stava per consumarsi in suo nome.

A Costantinopoli avevano fatto di tutto, per evitarlo. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo si era spinto fino a Firenze, al cospetto di cardinali e illustri teologi, per supplicare il Papa di tirar su un’alleanza cristiana che difendesse il suo regno. Niente da fare. Manco a dirlo, il basileus si era scontrato con quella solita, umana sete di potere. Il Pontefice, infatti, gli aveva assicurato un aiuto soltanto a patto che la chiesa cristiana d’Oriente, staccatasi da Roma dal lontano 1054, tornasse zitta zitta sotto la sua giurisdizione. E anche qui, non è che Dio avesse molto chiari i motivi di tutto questo scisma. Processione dello Spirito santo dal Padre ma non dal Figlio, Primato petrino.. Bah, tutto sommato solo questioni di lana caprina, pensava. Il paravento dietro cui nasconder la solita sete di potere di quell’ammasso di stupidi umani. Di quegli sciocchi animali, contenti solo di sopraffarsi l’un l’altro. A dirla tutta, di quelle cose di figli, di padri e di spiriti, Dio non ne sapeva mica tanto. Fatto sta che quando l’imperatore era tornato indietro a dir che la Chiesa di Roma avrebbe dato manforte a Bisanzio a patto di sottometterla, il Patriarca gli aveva risposto picche. E la questione era morta lì.

Quel 28 maggio, quindi, Dio lo sapeva, lo dava per certo. Tutto ciò che poteva aspettarsi era il solito eccidio. E figuriamoci lo stupore, quando invece vide lo strano movimento di gente che, verso sera, cominciò a prodursi per le tortuose ed antiche vie dell’incantata capitale.

A migliaia, anzi: a decine di migliaia, uomini donne e bambini, presero a passarsi di mano in mano un’icona della Vergine, simbolo che evidentemente ritenevano sacro. L’immagine sfilò in silenzio, galleggiando sulla commossa e concentrata folla per tutti gli angoli e tutte le piazze della città. Poi, fu portata in trionfo in cattedrale. E la grande, magnifica chiesa di Santa Sofia divenne uno spettacolo. Piena zeppa di persone inginocchiate in preghiera, si trasformò finalmente nel Tempio dei templi; nell'unica Lode verso l’unico Dio! E lui? Lui tese l’orecchio, chiuse gli occhi.. E finalmente pianse. Quell’uomo così spietato, che ormai quasi detestava, quell’uomo così freddo e assetato di potere, alla rosea luce di un tramonto incantato aveva preso a parlargli. A parlare con lui!

E fu magnifico, davvero meraviglioso! Tutti uniti, tutti per mano, cattolici e bizantini si unirono in un canto impetuoso. E si abbracciarono, si guardarono dritti dritti negli occhi. Si confessarono, sinceri, senza far distinzioni tra preti e pastori.

Davanti alla morte, quattrocento anni di scontri teologici e di reciproche scomuniche crollavano all’istante, in un abbraccio infinito. Con gli occhi colmi di lacrime, quell’ultimo imperatore che portava lo stesso nome del primo, si rivolse con calma alla gente. Il destino dei cristiani e della nostra capitale è nelle vostre mani, disse Costantino XI. E tutti applaudirono forte, rinvigoriti da quell’unico amore, da quell’unica fede, decisi a difender la loro città a ogni costo. Dio si sentì improvvisamente felice. I suoi dubbi millenari, in un attimo, si dileguarono nel buio di quella notte eterna.

All’una e mezza del 29 maggio 1453, Maometto II diede inizio all’attacco finale. Tutte le campane di Costantinopoli presero a suonare all’impazzata. Era l’inizio della fine.

I turchi attaccarono le mura cristiane in dieci punti, pur concentrando il grosso delle loro forze sulla mitica Porta d’oro. Alcuni sostengono che Costantino lottò, lottò come un leone vicino ai suoi prodi. E che poi scomparve nel nulla, alimentando per sempre mille dubbi negli storici, circa la sua effettiva sorte. Molti altri raccontano invece che i bizantini, quel giorno, non si difesero poi più di tanto. Che preferirono il dominio musulmano a quello, ben più rigido e intollerante, che avrebbe imposto Roma.

Sta di fatto che alle nove e mezza del mattino, Costantinopoli era ormai in mano turca. L’ennesimo scempio di vite; le solite mani insanguinate rivolte al cielo, tra inni di lode.

 

E Dio volse gli occhi lontano, tornando a rinchiudersi in un lungo silenzio.

Di nuovo in preda a quel dubbio di sempre.

 

Pietro Ratto, 27 maggio 2016

 

 

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