Io mi auguro

 

Un po' stanco e parecchio deluso, volutamente lontano da quell'insegnamento che era la mia vita per evitar di soffrire troppo, nel mio piccolo vorrei fare un augurio a me stesso.
Il mio augurio è che, pian piano, qualche persona in più riesca a liberarsi dai disonesti e "comodi" pregiudizi a cui è stata abituata, per rendersi finalmente conto che in qualunque luogo pubblico - e cioè dello Stato, e cioè di tutti i cittadini - ogni attività, ogni discorso, ogni messaggio, vadano sempre condotti nella consapevolezza di dover rendere conto all'intera comunità. Che si cominci a capire che "pubblico" non significa "della maggioranza". Che non significa "di una certa tradizione" o "di una certa cultura". Pubblico vuol dire DI TUTTI, nessuno escluso.

Che si comprenda, finalmente, che in un luogo che, appunto, è di tutti - soprattutto in un contesto in cui si fa educazione ed istruzione, in cui si allevano le donne e gli uomini di domani, come quello della scuola - nessun contenuto non condivisibile dall'intera comunità possa e debba venir veicolato. Che in una scuola pubblica, dunque costruita e mantenuta coi contributo e l'impegno di tutti i cittadini (cristiani cattolici e non, musulmani, atei, ebrei, progressisti, conservatori, anarchici, ecc), e dunque simbolo, icona di un intero e variopinto popolo, nessun insegnamento religioso o politico possa trovar posto.
Giacché se la totalità degli studenti di un certo liceo fosse - che so - comunista, nulla però autorizzerebbe a trasformare quella loro pubblica scuola in una sezione di partito. E ciò, proprio perché “pubblica”, appunto, non vuol dire: “di tutti gli studenti che la usano”, bensì: di tutta l’intera comunità. Ebbene: l'augurio è che si cominci a capire che questo ragionamento deve valere per qualsiasi dottrina, per qualsiasi fede, per qualsiasi convinzione più o meno personale.
Perché se da un lato è vero che chi liberamente decide di far parte di un ordine o un partito, senza alcun dubbio debba sentirsi pronto a seguirne regole e princìpi, un giovane iscritto alla scuola dell’obbligo ha invece il sacrosanto diritto di ricevere un’educazione laica, e quindi sgombra da qualsiasi dogma, da qualsiasi verità prefabbricata. Questo diritto di ogni nostro ragazzo è tanto irrinunciabile, tanto imprescindibile quanto il dovere dei suoi stessi insegnanti di tutelarlo. Anche a costo di soffocare nel loro intimo quelle stesse convinzioni personali di cui, umanamente, vorrebbero renderlo partecipe.
 

 

È Socrate a ricordarlo: la Virtù è insegnabile solo in quanto Scienza.
Ecco, l'augurio è che nelle nostre scuole si torni a fare solo Scienza. Che non significa soltanto Fisica e Chimica, ma che vuol dire un “sapere valido per tutti”. Che è Matematica, Grammatica, sì, ma che è anche e soprattutto Logica.

Che si forniscano saperi preziosi come l’arte del calcolo, della scrittura, della parola e soprattutto del Pensiero indipendente e creativo. E che si insegni di nuovo ai nostri ragazzi a ragionare, a riflettere sui grandi problemi, senza fornir loro - più o meno a tradimento - le nostre piccole risposte. Che si offrano ai giovani esclusivamente gli strumenti per pensare in maniera onesta, razionale, libera e spregiudicata, evitando le solite, indiscutibili soluzioni precotte che le religioni o le dottrine politiche offrono già bell'e pronte a tutti gli individui ai quali la scuola da troppo tempo ha smesso di insegnare a ragionare. Quelle soluzioni inventate apposta per non far la fatica di discutere, e per sentirsi sempre dalla parte della ragione.

Che si ricominci a far sentir loro la sete, invece che obbligarli a priori a bere. Che li si aiuti ad esser autonomi, non più succubi di una corrente o di una confessione. Che si spinga forte, nel loro animo, la fiducia in se stessi, la voglia matta di capire, il coraggio di cambiare le cose. Che si restituisca loro la voglia di imparare, al posto di quella di sapere; la voglia di cercare, al posto di quella di trovare; la voglia di amare, al posto di quella di possedere.
Che si ritrovi la strada del silenzio, del farsi da parte di ogni faziosità. Perché - così come le nostre case, le strade affollate e le piazze, le sale o i supermercati, come i nostri sguardi più sinceri o i forti abbracci - mai come oggi la nostra scuola ha bisogno di silenzio.

Di un silenzio da fare, da costruire attivamente, non semplicemente da "lasciare". A partire da un accurato sradicamento di tutti i pregiudizi, di tutte le infelici e pericolose superstizioni spesso coltivate, nella mente dei nostri ragazzi, dai loro stessi nuclei familiari. C'è bisogno di un fattivo, rispettoso, vivacissimo e quanto mai fertile silenzio.
Che nel mondo dell'istruzione statale si faccia, una buona volta, piazza pulita di adescatori, di domatori e addomesticatori più o meno subdoli e autoritari, dunque. E che, al loro posto, si rimettano in campo gli Insegnanti, quelli veri. Che alle cattedre degli ammaestratori tornino a sedere i Maestri. Quelli che stimolano gli studenti, invogliandoli a prendere posizione, pur guardandosi bene da suggerirne una. Quelli che lavorano costantemente, giorno e notte, per tirar su uomini liberi. Quelli che operano sempre al servizio di una comunità intera, e non soltanto di una certa - per quanto maggioritaria - parte di essa.

Nel sacro rispetto della libertà, dell’amore e della vita di tutti.
Nessuno escluso.

 

Pietro Ratto - 27 dicembre 2016

 

Cfr. a tal proposito anche:

Questa Buona Scuola s’ha da fare

Il Sorpasso

La mia Professoressa

Il Merito della Scuola

Una vita da precario

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