11 Aprile

 

Ho sempre creduto che in un’unione che funziona davvero la differenza di età non conti.

Ci spero con tutto il cuore, dato che proprio oggi il mio corpo compie esattamente il doppio dei miei anni.
Per carità, finora non mi ha mai intralciato granché. Me lo sono tirato dietro con una certa disinvoltura, senza peso eccessivo. Mi ha permesso di assistere a spettacoli di una bellezza incredibile, anche se, affacciato alle sue finestre, ho probabilmente visto più brutture che meraviglie. Mi ha aiutato ad immergermi in sonorità ed in musiche di perfezione inaudita, pur tra le mille stonature e le innumerevoli orrende banalità tra cui è stato costretto a districarsi da chi gestisce le mode per milioni di bovini. Gli odori cattivi, insopportabilmente cattivi, in cui mi sono imbattuto non son riusciti a cancellare le incantevoli fragranze dei gelsomini, dei lillà, dei narcisi del mio giardino; la soave delicatezza del profumo del maestoso tiglio e delle cento acacie in fiore del mio Bosco. Questo mio corpo non ha potuto permettermi di assaporare i gusti più prelibati, quelli che il mondo riserva solo ai sovrani e ai potenti, ma continuo a credere - o forse solo a illudermi - che l’acqua più limpida e il vino più rosso, su qualche tavola delicatamente imbandita, mi stiano ancora aspettando. A piene mani ho generosamente seminato centinaia di musiche, migliaia di pagine, milioni di parole, raccogliendo null’altro che la dignitosa consapevolezza del mio seminare.
E poi il Vento. Quel meraviglioso, travolgente fiume di penetrante felicità, che mille e mille volte mi ha trafitto l’animo, quel senso di irrefrenabile purezza, di incontenibile libertà che la mia pelle ha meravigliosamente trasferito al cuore. Per il Vento, per quel Vento che ha accompagnato tutti i momenti importanti della mia vita, per quel Vento che abita in tutte le mie canzoni, soprattutto, oggi ringrazio.
A diciotto anni ho chiesto al cielo una vita difficile ma autentica: l’unica volta, forse, in cui sono stato ascoltato. Ci sono andati giù pesante, non posso negarlo, ma ho sempre risposto colpo su colpo, in piena dignità, in totale sincerità; come mia madre, fino all’ultimo respiro, mi ha insegnato.
Adesso ho finalmente accanto un amore, sincero e tenace. Posso contare sul travolgente affetto di un buon cinquanta per cento delle figlie che ho generato e cercare di non pensar troppo alla totale indifferenza di chi, invece, ha generato me.

Ed oggi, oggi che il mio corpo ha raggiunto questa incredibile distanza da me, oggi che comincia a darmi qualche fastidio e mostra, qua e là, tracce di ruggine; oggi che portarmelo a spasso, a volte, mi procura un po’ di fatica, tra i primi cigolii e i primi intoppi... Ecco, oggi mi auguro che quella distanza tra lui e me possa ancora aumentare. Quanto meno, non diminuire mai.
Senza impedirmi, però, di imparare ad adattarmi - pian piano, per carità: giorno dopo giorno, magari anche con un pizzico di serenità in più - a questo suo silenzioso discender la china, dall’altra parte di quell’aspra e incantevole roccia la cui sommità, forse con passo un po’ troppo svelto, soltanto ieri ho conquistato con forza.

 

Pietro Ratto - 11 aprile 2015

 

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